Non stupisce né scandalizza il fatto un esponente politico del partito di maggioranza relativa si insedi a palazzo Chigi senza essere legittimato da un voto popolare. E’ accaduto già infinite volte, negli ultimi vent’anni e ancora di più in precedenza: la nostra, infatti era e rimane una democrazia parlamentare, nella quale le maggioranze vengono legittimate e sostenute dal parlamento, e non una repubblica presidenziale in cui il presidente del governo o della Repubblica ha un’investitura diretta da parte del popolo. Questo è scritto nella nostra Costituzione, piaccia o non piaccia.

Quel che semmai scandalizza ma non stupisce, sempre che la staffetta vada in porto, è l’incoerenza di chi, alla prima occasione ghiotta, smentisce sé stesso e la propria storia personale facendo esattamente il contrario di quel che aveva promesso. “Mai al posto di Letta”, “non è questione di nomi ma di contenuti”, “mai più larghe intese”, “niente Palazzo Chigi senza voto popolare”, sono gli impegni che avevano fatto del giovane segretario dl PD un volto nuovo e insieme una speranza per il paese. Ora gli sarà più difficile convincere i propri fans che egli rappresenta ancora una novità rispetto a quella “nomenklatura” del PD che aveva con tanta energia combattuto e vinto..

Naturalmente bisogRenzi in Smartnerà aspettare la conclusione della vicenda. Non è detto che gli organigrammi del governo “Renzi I” che circolano già sui giornali siano il segno di giochi già fatti. Ma il tono del faccia a faccia a Palazzo Chigi fra i duellanti lascia poche speranze di una pacifica ricomposizione dello scontro. E rinvia alla Direzione di domani del Partito Democratico, una decisione ancora una volta lacerante e sofferta, ma anche scontata, perché Renzi ha dalla sua i numeri per vincere.

Se la staffetta davvero si farà, il segretario democrat si avvia a giocare una partita di poker al buio: il siluramento di Letta, che peraltro gode di un gradimento maggiore del suo, riapre nuove e vecchie ferite nel corpo martoriato del PD. E l’esiguità dei numeri per una maggioranza anche di piccole intese al Senato lascia indovinare una navigazione faticosa per ogni singolo provvedimento. Il sindaco quindi dovrà mettere da parte la sua energia cinetica e adattarsi all’arte noiosa della mediazione e del compromesso.

Quattro anni sono lunghi e, nella mentalità degli italiani, Palazzo Chigi è il parafulmine di ogni malcontento popolare, il terminale di ogni protesta. Se Renzi presidente del consiglio dovesse dare una scossa positiva all’esecutivo, magari sfruttando gli esigui margini offerti da una mini-ripresa che è in corso nel resto d’Europa, Matteo Renzi potrebbe vincere la sua scommessa. Anche se ci sarà sempre qualcuno (Grillo, Berlusconi) pronto a rinfacciargli di aver conquistato illegittimamente il potere. Ed è prevedibile, già dalle prime dichiarazioni, che sarà questo uno dei temi della prossima campagna elettorale per le europee.

Se invece fallirà, si brucerà non solo lui, ma anche una delle ultime risorse in grado di rimettere in moto l’Italia. E per Grillo si aprirà una prateria sconfinata di nuovi consensi.
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2 COMMENTS

  1. Così rischia di tramontare anche l’astro Renzi nella palude di un paese con tanti problemi strutturali e sociali per i quali occorrerebbero risorse economiche e coesione politica: fattori totalmente assenti in Italia

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