Solo a parlarne sembra quasi una bestemmia. Eppure la proporzionale è il convitato di pietra nel dibattito in corso sulla riforma elettorale. Qualcuno (La Torre, PD) la esorcizza come «pulsione» proporzionalista, qualcun altro, i centristi ex democristiani la rilanciano forse per nostalgia. Altri come 5Stelle non fanno mistero di preferirla al maggioritario perché, non avendo i numeri né la cultura politica per poter aspirare a governare il Paese, potrebbero capitalizzare al meglio quel 20-21% di voti che i più recenti sondaggi attribuiscono al Movimento di Grillo.

Del resto, quando si parla di legge elettorale bisogna essere sinceri. Nessuno, ed è bene sottolineare nessuno, gioca la partita della riforma esclusivamente nell’interesse generale del paese, perché dal tipo di meccanismo di voto dipende spesso non solo la fortuna, ma a volte anche la sopravvivenza stessa di una formazione politica.

In favore del proporzionale c’è da dire poi che la governabilità, invocata come fine ultimo di una norma elettorale, si è rivelata un falso mito che non ha retto alla prova di oltre 20 anni di maggioritario.

Se, come dice Matteo Renzi, l’obiettivo di una riforma del sistema di voto è far conoscere agli elettori la sera stessa degli scrutini chi governerà il paese e con quale maggioranza, possiamo dire che il maggioritario non si è dimostrato in grado farlo. Anzi, alla prova dei fatti non ha assicurato né governabilità né stabilità. La storia dell’ultimo ventennio è sotto gli occhi di tutti: nessuna delle 5 legislature che hanno caratterizzato l’epoca del maggioritario, dal ’93 ad oggi, è riuscita a garantire al paese una fase di stabilità, né di crescita, anche quando le condizioni dell’economia mondiale lo avrebbero permesso.

In più, la riforma elettorale nota come Mattarellum, 75% maggioritario, 25% proporzionale, ha avuto un effetto paradossale: come tutte le leggi elettorali maggioritarie, ha provocato una frattura nel centro dello schieramento politico, e se da una parte ha liberato energie nuove, dall’altra ha messo in circolo forze estreme che hanno assunto, a destra e a sinistra, un crescente potere di veto e di condizionamento della politica nazionale. Con effetti disastrosi.

La proporzionale potrebbe risolvere questo problema; ricomporrebbe le forze riformiste e moderate, assicurando quella coerenza fra scelte elettorali e rappresentanza parlamentare che è il punto nevralgico della sentenza della Corte Costituzionale. Mentre, oggi dopo due decenni di maggioritario, è fin troppo evidente che una legge elettorale può forse provocare l’ingovernabilità di un paese, ma non assicurare la governabilità. E che per fare questo ci vuole ben altro: profonde riforme istituzionali, e un cambiamento della cultura e del personale politico.

Qualcuno oggi usa in senso spregiativo l’espressione «ritorno al proporzionale» come se si trattasse di una operazione-nostalgia lontana dalla realtà. Il proporzionale invece c’è già ed è la vigente legge elettorale, cioè il Porcellum depurato dai distorsivi effetti iper-maggioritari e trasformato in un meccanismo puramente proporzionale, già bello e pronto per l’uso.

Se i veti incrociati specie al senato dovessero affossare le tre proposte di riforma avanzate dal segretario del PD, che è il solo ad avere veramente e oggettivamente interesse ad una riforma in senso maggioritario per la sua ascesa a Palazzo Chigi, bisognerà farsene una ragione. E non è detto che non sia una buona ragione.

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