Le parole di Papa Francesco sul genocidio degli armeni sono state per il governo italiano un’occasione mancata per mostrare autorevolezza e coraggio su un capitolo importante e delicato della storia europea, scoperchiato senza troppi complimenti dal Pontefice. E invece Palazzo Chigi ha seguito la linea di sempre dell’Italia: quella della realpolitik, dietro la quale si nasconde una sostanziale assenza di politica estera e un coacervo di complessi e di paure che mortificano il protagonismo che il nostro Paese potrebbe e dovrebbe mostrare sulla scena internazionale. Da qui il solito balletto di cautele, di distinguo, di dico-e-non-dico, che ha caratterizzato la posizione italiana sul genocidio degli armeni.

Solo la presa di posizione del ministro degli esteri Gentiloni (che pure si è guardato bene dal pronunciare la parola «genocidio») ha mitigato la gaffe del sottosegretario Gozi, mentre nessun esponente del governo sarà presente alle celebrazioni per il centenario del genocidio che si svolgerà ad Yerevan, capitale dell’Armenia, dove l’Italia sarà rappresentata da una delegazione parlamentare. Nel frattempo, il nuovo sultano di Ankara, il presidente Erdogan, si permette di offendere e minacciare Papa Francesco, senza che nessun esponente del governo italiano, sempre pronto ad ossequiare il Pontefice, senta il dovere di spendere una parola in sua difesa. Certo, la realpolitik impone cautela, quando si mettono in discussione i rapporti con un paese cardine nella regione più turbolenta e pericolosa del mondo. Ma se non si coltiva la memoria storica, e si ha paura, dopo un secolo, di dire la verità sulla più grande strage di cristiani del XX secolo, vuol dire che quel sangue è stato versato invano, e altro ancora potrà essere versato nell’indifferenza generale.

 

 

 

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