L’eclissi delle élites politiche in Europa è un processo in corso ormai da molti anni, ed ha lasciato un vuoto che stanno in parte occupando i movimenti populisti ed euroscettici. Il caso italiano è emblematico; assistiamo al tramonto che pare ormai inarrestabile della “vecchia” classe politica, di destra, di sinistra e di centro, e alla parallela affermazione di movimenti di ispirazione demagogica ed antieuropeista, come il grillismo.

Ma sarebbe sbagliato pensare che si tratti di un fenomeno solo italiano. Basta volgere lo sguardo oltre le Alpi per vedere che, dopo l’uscita di scena di Nicolas Sarkozy, il suo successore, François Hollande in appena un anno e mezzo ha dilapidato 61 punti percentuali di popolarità, piombando al 26% di consensi mentre il 73 per cento dei francesi dà del suo mandato un giudizio fortemente negativo. E’un record assoluto nella storia recente dalla Francia, dove mai nessun presidente è sceso sotto la soglia del 30%. Parallelamente la destra xenofoba di Marine Le Pen sale nei sondaggi per le prossime europee al 24%: anche questo un record, mai raggiunto prima dal Front National.

Spostandoci nel Regno Unito, neanche il premier Cameron gode oggi di grande popolarità: secondo un recente sondaggio condotto nei primi mesi del 2013 dalla società statunitense PEW  il primo ministro britannico naviga intorno al 37%, avendo perso il 14% di consensi in un solo anno. E in Spagna il primo ministro Mariano Rajoy, è dato in caduta libera, al 27% dei consensi, -18 punti percentuali in un solo anno.

Nei paesi della cosiddetta “Nuova Europa” le cose vanno, se possibile, ancora peggio, perché le più recenti elezioni confermano che un po’ dappertutto guadagnano voti i movimenti xenofobi ed antieuropeisti. Le recentissime elezioni nella Repubblica Ceca, ad esempio, consegnano l’immagine di un paese frammentato e percorso da una grande incertezza, con la forte affermazione del partito populista di destra e dei comunisti.

Il solo paese europeo nel quale la leadeship politica è ben salda è la Germania, afferma sempre il citato sondaggio della PEW, che attribuiva la scorsa primavera alla Merkel il 74% cento dei consensi: una popolarità confermata dal 41% dei voti ottenuti nelle recenti elezioni del 22 settembre. E non è un caso, visto che la cancelliera, giunta al suo terzo mandato, ha di fatto assunto il ruolo di guida politica dell’Unione, anche se, come sappiamo, e come ha anche sottolineato il Tesoro statunitense, la forza del suo mandato di cancelliera consiste proprio nella sua capacità di difendere gli interessi della Germania e dei tedeschi.

Perché dunque un po’ dappertutto nel Vecchio Continente le classi dirigenti nazionali attraversano un momento di così grave difficoltà? La crisi economica certamente è fra le cause principali. Il populismo di destra è spesso la risposta più immediata di un paese abituato a vivere nel benessere, ma costretto dalla recessione a cambiare, in peggio, il proprio stile di vita. E’ un processo descritto con straordinaria chiaroveggenza già un paio di secoli fa da Alexis de Tocqueville, nel suo libro più famoso, La democrazia in America, del 1840:

«Una nazione che domanda al suo governo il solo mantenimento dell’ordine è già schiava in fondo al cuore; schiava del suo benessere, mentre da un momento all’altro può apparire l’uomo destinato ad asservirla. Quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei propri affari privati i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere».

Ma la recessione da sola non basta a spiegare una così crisi così massiccia, persistente e diffusa delle élites politiche e intellettuali, in un continente che pure ha espresso leader di prima grandezza, della statura di Adenauer, Schumann, e De Gasperi, o ancora Jacques Delors, per andare a tempi più recenti. Forse le cause vanno cercate anche altrove. In particolare, nella brusca interruzione del processo di integrazione europea, come conseguenza dei referendum francese e olandese di 8 anni fa che bloccò la ratifica della costituzione europea. Referendum che hanno imposto un improvviso stop al sogno di un’Europa politica, con la conseguenza che dal 2005 ad oggi l’Europa è rimasta come sospesa fra la sua dimensione comunitaria e quella nazionale. E alla fine ha prevalso un’Unione ad una sola dimensione: quella economica e monetaria.

Oggi viviamo una situazione paradossale, in Italia come in (quasi) tutti gli altri paesi dell’Unione. Le decisioni in materia di politica economica, ma anche in altri settori, sono in larghissima misura di diretta derivazione europea. Si calcola che una quota crescente, oggi valutabile intorno al 70-80 per cento della produzione legislativa italiana è la traduzione di direttive europee. E il Patto di Stabilità e di crescita, il Two Pack , il Six Pack, il Fiscal Compact dettano regole talmente rigide alle singole economie, che un governo, qualsiasi governo di destra o di sinistra, deve muoversi su un sentiero strettissimo stabilito da Bruxelles.

In sostanza gli esecutivi nazionali sono ingessati, privati di una vera autonomia decisionale, costretti ad impegnare le poche risorse disponibili nella ciclopica opera di risanamento dei conti pubblici, attuata spesso attraverso pesanti manovre di aggiustamento. E quanto più grave è il peso del deficit e del debito (come nel caso dell’Italia), tanto più faticosa ed ardua sarà la risalita. E se dovesse passare l’idea della Merkel di un ulteriore giro di vite sulle regole di bilancio, i cosiddetti “contractual arrangements”, allora le economie nazionali sarebbero chiuse in una gabbia senza uscita

C’è da stupirsi allora se l’indice di popolarità dei governi scende un po’ in tutta Europa? Tranne che in Germania, dove Angela Merkel rimane l’unico vero leader europeo sopravvissuto all’eclisse delle élites: un leader in grado di imporre le sue regole a tutti gli altri partner, ma che si occupa degli interessi dei tedeschi prima che di quelli degli europei.

Per completare il quadro, di fronte a questa crisi delle leadership nazionali non è emersa a livello di UE una figura in grado di identificarsi con un’idea comunitaria dell’Europa. Né avrebbe potuto emergere, visto che il Trattato di Lisbona ha lasciato a metà il processo di integrazione politica.

Siamo quindi nel mezzo di un guado pericoloso. Un’impasse che alle prossime elezioni del 22-25 maggio potrebbe portare ad un esito paradossale. Potremmo cioè avere un nuovo Parlamento europeo che per la prima volta, grazie al Trattato di Lisbona, sarebbe messo nelle condizioni di “contare”, ma nello stesso tempo potrebbe essere condannato all’impotenza e all’autodistruzione, se le forze populiste ed antieuropeiste dovessero avere una buona affermazione alle Europee. Bene ha fatto quindi il premier Letta a lanciare l’allarme contro i populismi.

Un simile scenario trasformerebbe l’Europa in una moderna torre di Babele.

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