Sappiamo che Beppe Grillo non può essere preso sul serio neanche quando parla di cose serie. Anzi, soprattutto quando parla di cose serie. Perché il suo eloquio irruento non è l’espressione di una visione politica, ma un frullato di teatralità e demagogia. Però quando avvia, da leader di un movimento che ha ottenuto un ampio consenso elettorale, una campagna per le europee all’insegna  dei colpi ad effetto, allora vale la pena di fermarsi un momento a riflettere.
7punti
Perché , anche se l’Europa così com’è non ci piace, mettere in discussione i principi della nostra adesione all’UE, e minacciare un referendum sulla nostra permanenza nella moneta unica significa rischiare di arrecare un danno enorme all’Italia e a tutti gli italiani. E di trasformare un appuntamento importante come il voto per le europee in una pericolosa carnevalata.

Nel documento in 7 punti pubblicato sul blog di Grillo, spicca difatti al 1° punto il referendum sull’euro. Verrebbe voglia di dire: lo facesse pure. A dispetto di sondaggi che dicono tutto e il contrario di tutto, gli italiani alla fine non sono così stupidi da farsi male da soli, anche se questa Europa, com’è oggi, non piace a nessuno e tutti vorremmo che fosse diversa. Ma mettere in moto una macchina infernale, come un referendum sull’euro,sarebbe già di per sé una scelta lacerante sul piano interno e dirompente per l’immagine dell’Italia, perché farebbe perdere al nostro paese, agli occhi dei mercati mondiali, quel poco di credibilità che abbiamo così dolorosamente e faticosamente conquistato. E di cui il calo dello spread al di sotto dei 200 punti base è un segnale significativo.

E’ pur vero che il referendum di Grillo è u’altra trovata pubblicitaria per tentare di conquistare a buon mercato un po’ di voti. Ma bisogna capire che l’ex comico sta giocando con il fuoco, e che l’uscita dall’euro, come scrivevamo un precedente post su questo argomento, sarebbe una tragedia per tutti, un ritorno all’autarchia della lira in un mondo che nel frattempo si è globalizzato, nel quale la valuta nazionale di una piccola economia sarebbe travolta dalla speculazione internazionale. Qualcuno ricorderà l’attacco alla lira nel ’92, e le conseguenze che ebbe sull’economia e sulla politica del nostro già fragile paese. Sarebbe nulla rispetto a quel che potrebbe accadere oggi, nell’ipotesi di un caotico abbandono della moneta unica. E non bisognerebbe dare ascolto agli apprendisti stregoni del ritorno alla lira che sulla Rete diffondono teorie balzane su presunti vantaggi che l’Italia trarrebbe da una simile ipotesi. Non ci si può fidare delle simulazioni casarecce, in un territorio inesplorato nel quale non osano avventurarsi neanche gli economisti più esperti.

C’è da dire che chi avanza queste teorie è in buona compagnia. Oltre a Grillo, anche la Lega Nord e una parte di Forza Italia (Berlusconi, da uomo d’affari, è piuttosto prudente su questa materia , anche se da politico vorrebbe buttarcisi a capofitto) sembrano orientate a cavalcare il referendum anti-euro. Ma la compagnia più imbarazzante è quella di certi potentati finanziari statunitensi. Senza alimentare dietrologie complottistiche antiamericane (su questa materia è bene consultare alcuni grillini), è evidente che nella crisi che ha sconvolto l’Eurozona, almeno in una fase iniziale, erano ben presenti anche interessi di potenti gruppi finanziari statunitensi che vedevano l’euro come il fumo negli occhi. E molti a Wall Street ancora oggi sarebbero ben contenti di poter fare i conti non con l’attuale potente moneta unica europea, ma con tante piccole valute nazionali con le quali il dollaro non avrebbe difficoltà a giocare come il gatto con il topo. Esattamente come avveniva ai tempi della lira.

Proseguendo nella lettura del manifesto europeo di Grillo, i punti 2 e 3 sollecitano rispettivamente l’«abolizione del Fiscal Compact» e l’«Adozione degli Eurobond». Tutti e due i punti, presi singolarmente sono corretti, ma insieme sono semplicemente ridicoli. Ma è davvero possibile anche solo immaginare che si possa chiede alla Merkel di condividere il debito dell’Eurozona, una bestemmia nel linguaggio corrente dell’economia tedesca, e nello stesso tempo cancellare quella garanzia di disciplina nella gestione dei conti pubblici che è il Fiscal Compact, imposto proprio da Berlino per imbrigliare i paesi “indisciplinati” del Sud Europa?

Il punto 4, “Alleanza tra i Paesi mediterranei per una politica comune» è di fatto una linea seguita, più per necessità tattiche che per convinzione, da molti governi italiani, compreso quello attuale. Ma c’è il rischio di dividere l’Europa i due: quella del Nord, ricca e potente, e quella del sud povera non competitiva.

Anche sui punti 5 (Investimenti in innovazione e nuove attività produttive esclusi dal 3% ) e 7 (Abolizione del pareggio di bilancio) ci sarebbe molto da dire. Perché da una parte si chiede di scorporare alcune spese produttive dal calcolo del deficit, la cosiddetta «golden rule»,, come del resto hanno anche tentato di fare, con scarsi risultati, anche Monti e Letta, dall’altro si vuole cancellare il pareggio di bilancio, cioè le regole stesse del Patto di Statilità e di crescita e i successivi regolamenti che fissano i parametri del 3%.

E poi, il punto 7, abolizione del pareggio di bilancio, in cosa differisce dal punto due, abolizione del Fiscal Compact, cioè l’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio? Misteri grillini. Cosi come un mistero resta il punto 6: «Finanziamenti per attività agricole e di allevamento finalizzate ai consumi nazionali interni». Che significa? Chi finanzierebbe queste attività? Chi pagherebbe chi? E con quali soldi? Per fare cosa? E perché devono essere confinate al solo consumo domestico?

Così dunque Grillo vuole cambiare l’Europa. Con poche idee e molto confuse. Ma con un potente approccio propagandistico-populistico. «Oggi la UE è un Club Med infestato dalle lobby», attacca il fondatore di 5 stelle. Qualcuno dovrebbe spiegargli che in Europa le lobbies sono legali e trasparenti, ed esiste anche un apposito albo dei lobbisti.

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