Con l’annuncio degli incarichi dei nuovi commmissari UE, il quadro dei vertici dell’Europa uscita dal voto dello scorso maggio è virtualmente completo. Da un primo bilancio, salta all’occhio una sproporzione fra i posti ottenuti dai popolari ( e dalla Merkel, vera vincitrice anche di questa partita) rispetto a quelli assegnati dei socialisti.

I risultati finali delle elezioni di maggio in tutto il continente vedevano in testa i popolari con 29,43% dei voti e con una perdita di ben 9 punti rispetto al 2009, inseguiti dai socialisti che si fermavano a quota 25,43, con una sostanziale tenuta rispetto al voto di 5 anni prima, con una perdita inferiore allo 0,30%. Merito del famoso 40,8 per cento di Matteo Renzi, si disse allora, e giustamente. In pratica fra i due principali gruppi politici il distacco è di colo 4 punti percentuali. Ebbene, a nomine appena (quasi) concluse, abbiamo il seguente quadro: Su 5 top jobs, i due più importanti vanno al PPE, con Juncker alla guida della Commissione (leggi qui un suo profilo su questo blog) e Donald Tusk a quella del Consiglio Europeo, e due, di gran lunga meno rilevani, vanno al PSE: Federica Mogherini diventa Alto Rappresentante della politica estera e della sicurezza e vicepresidente della Commissione, e Martin Schultz si conferma Presidente dell’Europarlamento. Il posto ancora libero, quello di presidente dell’Eurogruppo, potrebe andare ad un altro popolare, uno spagnolo assai apprezzato a Berlino, il ministro delle finanze Luis De Guindos,

Juncker scherza con il ministro spagnolo Luis De Guindos, candidato a presiedere l'Eurogruppo
Juncker scherza con il ministro spagnolo Luis De Guindos, candidato a presiedere l’Eurogruppo

la cui candidatura è stala lanciata direttamente dalla Cancelliera.

Fino a questo punto, nella competizione fra popolari e socialisti, in termini numerici siamo a “3 a 2”, in favore del PPE; ma in termini politici, se si potesse misurare la rilevanza delle poltrone, staremmo almeno 4 a 1. Ma in politica, specie in quella europea, contano non solo i rapporti di forza elettorali, ma anche il peso specifico dei leader e dei paesi che rappresentano. Così come conta la capacità di avere una visione d’insieme, puntando al quadro complessivo e non a piccoli trofei da vemdere sul mercato nazionale: il riferimento alla Mogherini non è casuale.

Basti pensare che il leader europeo di gran lunga più infuente nell’UE e fuori, la Cancelliera Merkel, non ha proposto alcun candidato tedesco per le poltrone più rilevanti, anche all’interno della Commmissione. Ma ha messo uomini di sua stretta fiducia in tutti i principali posti chiave ai vertici dell’UE:

Con l’attribuzione dei portafogli ai commissari, questo quadro si conferma. Sui 28 commissari, 15 sono popolari o conservatori, 8 socialisti e 5 liberali. Con una differenza di soli 4 punti percentuali sui loro avversari-alleati, i popolari hanno fatto cappotto. Per questo è apparso del tutto fuori luogo il trionfalismo e l’ottimismo mostrato a Bologna dai 5 eurodem in camicia bianca, che festeggiavano con Matteo Renzi il “patto del tortellino”. C’è poco da festeggiare. Gli eurosocialisti hanno preso una batosta colossale. Viene da pensare che la scelta di Renzi di presentarsi al parlamento di Strasburgo sotto le insegne del PSE sia stata una mossa poco meditata.

Anche sulla distrribuzione dei portafogli nell’Esecutivo guidato da Juncker ci sarebbe molto da dire. Ad esempio, la “conquista” del portafoglio per gli affari economici e monetari da parte di un paladino della flessibilità come l’ex ministro socialista delle finanze francese, Pierre Moscovici, è controbilanciata, per non dire vanificata, dalla coabitazione forzata con il super-falco finlandese, assai ben visto dalla Merkel, Jyrki Katainen. QUest’ultimo infatti è stato nominato vicepresidente (sono 7 in tutto a ricoprire questa carica) e, come ha spiegato il presidente Juncker, avrà il compito di coordinare il lavoro di vari commissari economici (fra i quali lo stesso Moscovici) e potrà bloccare «qualsiasi iniziativa, anche legislativa».

Matteo Renzi e Federica Mogherini a Strasburgio
Matteo Renzi e Federica Mogherini a Strasburgio

Come se non bastasse lo stesso Moscovici sarà sotto il “coordinamento” di un altro vicepresidente, l’ex primo ministro della Lettonia, Valdis Dombrovskis, anch’egli paladino del rigore teutonico. In sostanza ci saranno 11 commissari, e fra di essi 2 vicepresidenti ad occuparsi di affari economici.

Sembra un pasticcio fatto apposta per non funzionare; si accavallano competenze, si alimentano contrasti, si sovrappongono poteri. E forse è proprio così. Nella nuova struttura della commissione, se si creano divisioni e lotte interne, alla fine resterà un solo uomo al comando: il presidente Juncker, il più esperto e astuto navigatore della politica europea.

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