Non deve stupire che i capi di stato e di governo della UE litighino per la spartizione delle euro-poltrone. Capita sempre, quando c’è una tornata così importante di incarichi da distribuire fra i 28 paesi. Questa volta però è diverso. Perché al centro della contesa ci sono non tanto i nomi, quanto diverse visioni dell’Europa. Una partita dalla quale i partiti populisti si sono auto-esclusi.

Semplificando al massimo il ragionamento, possiamo suddividere il fronte dei 28 paesi UE in due grandi tendenze. Da una parte ci sono gli europeisti, fautori cioè di forme nuove e più incisive di integrazione europea. Questo fronte chiede, anzi pretende e anche con molte ragioni, che il prossimo presidente della commissione (cioè l’incarico più importante) vada ad uno dei 6 candidati che in campagna elettorale ci “hanno messo la faccia” chiedendo agli elettori i voti per ottenere quell’incarico.

Il fronte europeista

La maggior parte del parlamento europeo uscente è su questa linea, e chiede a gran voce che venga rispettata la volontà popolare espressa nel voto. Jean-Claude Juncker, candidato PPE, il gruppo più votato alle elezioni di maggio, sente di avere diritto a quella poltrona: altrimenti,si domdanda, «per cosa abbiamo votato, se poi si deve decidere come al solito nei corridoi?»

Martin Schultz

Il fronte europeista non è compatto, perché ad esempio i socialisti ma anche i liberali, pur condividendo il principio che uno dei 6 candidati deve essere eletto presidente della commissione, contestano che l’interpretazione del PPE, secondo la quale l’incarico più importante spetterebbe automaticamente al gruppo più numeroso. In una grande coalizione come è quella che si sta formando a Bruxelles, le logiche sono diverse, asseriscono i socialisti.

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Guy Verhofstadt

Gli europeisti però hanno arruolato nelle proprie file negli ultimi giorni un alleato potente: Angela Merkel, la quale dopo molte incertezze e retromarce, pare su forte pressione del suo stesso partito, la CDU, ha finalmente annunciato il sostegno pieno a Juncker. Spinta forse anche dal veto del presidente Hollande su quella che si diceva essere la sua vera candidata, la francese Christine Lagarde, numero 1 del FMI, ormai però fuori gioco. E così la Cancelliera, qualche giorno fa ha cambiato posizione:

«Sto conducendo tutte le discussioni nello spirito che Jean-Claude Juncker debba diventare il presidente della Commissione»

Un endorsement importante, visto che di solito l’Europa tende ad obbedire agli ordini della Merkel: ma resta da vedere se il sostegno a Juncker sia realmente convinto o se non si tratti piuttosto una posizione di facciata.

Gli euro-critici

In queste contraddizioni prova ad inserirsi il fronte “euro-critico”, capeggiato dal premier britannico David Cameron e al momento sostenuto ufficialmente solo da Svezia e Olanda. Cameron ha posto un veto su Juncker, minacciando addirittura l’uscita del Regno Unito dalla UE se sarà eletto presidente dell’esecutivo comunitario.

«La sua nomina sarebbe totalmente inaccettabile»

Il lussemburghese agli occhi del premier britannico è un iper federalista, e sarebbe un serio ostacolo al suo disegno di una devoluzione dei poteri, ritenuti oggi eccessivi, di Bruxelles che tornerebbero così ai governi, e di un referendum sull’adesione all’Europa previsto nel Regno Unito per il 2017. «Bruxelles è troppo grande, troppo invasiva, troppo autoritaria», ha tuonato il

David Cameron
David Cameron

premier britannico che dopo la batosta elettorale deve cercare di recuperare terreno sul leader euro-scettico Nigel Farage.

Junker, un veterano delle istituzioni comunitarie, e di fede europeista, è agli occhi di Cameron il peggior avversario della sua visione opportunistica dello stare insieme in Europa: coglierne i vantaggi dell’Europa, lasciando agli altri il peso delle responsabilità.

renzi
Matteo Renzi

Viste le premesse forse ha fatto bene il premier italiano Matteo Renzi a non entrare, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, nella zuffa dei nomi, puntando piuttosto a parlare di contenuti. Perché effettivamente dietro quei nomi ci sono visioni contrapposte sul futuro assetto dell’Unione.

Come andrà a finire dunque questa partita? Probabilmente, come sempre, con una soluzione di compromesso che proverà ancora una volta a tenere tutto insieme. Fino ad oggi ha funzionato, più male che bene. Ma in un’Europa ancora sconvolta dalla crisi e scossa dal populismo servirebbero forse scelte coraggiose e non il solito andazzo che punta alla mediazione ad ogni costo. Scelte che però nessuno però avrà il coraggio di fare.

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