Non è stata una buona idea quella di Beppe Grillo di boicottare il messaggio di fine anno del presidente della repubblica. Come il patron di 5 stelle dovrebbe ben sapere, la grancassa mediatica del boicottaggio porta vantaggi al «boicottato», in questo caso al capo dello stato, stimolando la curiosità anche di chi magari non si sognerebbe neppure di passare 20 minuti davanti alla televisione l’ultimo giorno dell’anno, mentre tutt’intorno si stappano bottiglie di spumante e si accendono mortaretti e stelline di Natale.

E’ un meccanismo mediatico che Grillo conosce bene perché è stato uno dei volani della sua ascesa mediatica ed elettorale, in particolare grazie all’involontaria pubblicità degli odiati partiti, sopratutto, ma non solo, del PD. E così Grillo, a forza di battere sul boicottaggio, ha finito per far crescere gli ascolti del messaggio quirinalizio del 2,8 per cento (in tutto poco meno di 10 milioni di ascoltatori): niente male in tempi di antipolitica galoppante.

Un bel boomerang invece per per il leader maximo dei 5stelle, che negli ultimi tempi però sembra perdere colpi anche su altri terreni. E sembra soprattutto perdere smalto. Il comico pungente e sarcastico che negli anni della I Repubblica teneva incollati milioni di italiani davanti alle tv con i suoi sferzanti monologhi contro i partiti, contro Craxi, contro la politica, non esiste più da tempo. Con la nascita del suo Movimento, il comico che diventa politico, ha poco alla volta smarrito la sua arte, senza d’altra parte riuscire ad essere credibile neanche come politico. Gli mancano la visione, la prospettiva, la cultura istituzionale che deve inevitabilmente avere chi si candida a guidare il paese e si pone alla testa di milioni di persone.

Basti dare un’ occhiata al suo discorso di fine anno, ripetitivo e noioso con i soliti luoghi comuni e le consuete invettive, e anche qualche bugia. Gli slogan sono quelli di sempre: «tutti a casa», «restituite i soldi», «abbiamo contro tutti», «ogni loro parola è una menzogna», anatemi che il fondatore di 5 stelle ripete come un mantra ogni giorno, da anni. La sola novità è l’annuncio che il 2014 sarà per il suo movimento l’anno dell’attacco alla Bastiglia-Quirinale, sede a loro giudizio, di un potere illegittimo e antidemocratico.

Nei panni di un Robespierre casareccio, ora Grillo vorrebbe alzare nuove cyber-ghigliottine, proponendo un poco credibile impeachment per il quale, come sa benissimo, non ricorrono le condizioni formali, politiche e istituzionali. Ma poco importa, quel che conta è agitare gli animi, placare la sete di sangue digitale di moderni sanculotti e tricoteuses, allo scopo di incassare un tornaconto politico-elettorale per il proprio partito-movimento.

Grillo non esita a dire anche qualche consapevole bugia: come quando afferma che Napolitano «si è fatto rieleggere contro la Costituzione», allo scopo di bloccare tutto. Chiunque abbia seguito le vicende della rielezione del capo dello stato, sa bene che egli non solo non «si è fatto rieleggere», ma giorni prima che i partiti tornassero a chiedergli quasi in ginocchio la sua disponibilità, aveva scritto almeno due lettere ai leader dei partiti spiegando loro le ragioni per le quali non avrebbe accolto una simile richiesta.

Era davvero Rodotà l’alternativa possibile a Napolitano? Oggi Grillo dice di sì, e lega l’ipotesi di elezione del giurista alla nascita di un nuovo governo del cambiamento. Peccato che dimentichi di dire che era stato proprio lui ad affossare quel «governo del cambiamento» in nome del quale Bersani ha sacrificato invano la propria carriera politica. Per la cronaca, poi, ricordiamo che Rodotà, una volta utilizzato per fini propagandistici quale candidato dei 5 stelle, è stato buttato nel cestino dallo stesso Grillo con parole di disprezzo: «un ottuagenario miracolato dalla Rete», lo ha definito.

Ma è lecito proporre sé stessi come il motore del cambiamento della politica quando ci si comporta alla stregua dei peggiori politici? Quando nello stesso giorno si dice tutto e il contrario di tutto? Si possono chiedere i voti alle europee «per contare in Europa» e proporre un referendum sulla moneta unica, con il chiaro obiettivo di cavalcare il malcontento per far uscire il paese dall’Euro, mandandolo a sbattere contro un muro? Sarebbe questa la grande rivoluzione del grillismo? Abbiamo trascorso gli ultimi 20-30 anni correndo dietro ai giocolieri delle parole e ai professionisti delle promesse, e adesso dovremmo affidare il futuro dell’Italia a un nuovo acrobata delle chiacchiere? Un leader che cambia idea ogni 5 minuti?

Grillo oggi non è più un attore. Ha ragione a chiedere di non essere definito «comico», perché un comico diverte e fa riflettere, non annoia. La sua non è più la maschera istrionesca e irridente del grande attore satirico e irriverente che sferza la politica: oggi egli è piuttosto una maschera tragica di una moderna Cassandra che annuncia sciagure e rivoluzioni, alimentando la logica del tanto peggio, tanto meglio. Un declino inevitabile quello di Grillo, perché satira e politica sono intrinsecamente antagoniste. E quando la satira si trasforma in politica, in quello stesso istante decreta la propria fine.

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