Del referendum promosso da premier ungherese Viktor Orban contro le quote di immigrati che l’Europa avrebbe voluto imporre, la cosa meno importante è il risultato.

Che si raggiunga il quorum del 50% + 1 degli aventi diritto o che prevalgano i favorevoli o contrari, ipotesi quest’ultima del tutto irrealistica, nulla cambierà né Budapest, né Bruxelles. Infatti, se guardiamo al quesito sul quale sono stati chiamati ad esprimersi gli ungheresi (“Vuoi che l’Unione europea abbia il diritto di disporre il ricollocamento obbligatorio di cittadini non ungheresi in Ungheria senza il consenso del Parlamento”) comprendiamo bene che si tratta di un quesito privo di senso. Quella proposta, avanzata dalla Commissione europea nel 2015, non è mai stata attuata e non lo sarà mai.

Il vero senso del referendum ungherese, invece, è la sfida che l’uomo forte di Budapest ha voluto lanciare all’Europa. I migranti sono un pretesto. Un pretesto comodo in un Paese trasformato dal suo premier in un regime autoritario, nel quale la stampa e gli organi di controllo democratico della repubblica sono stati asserviti al governo: una paese trasformato in una roccaforte del razzismo più bieco, dove le squadracce di Jobbik e degli altri movimenti filonazisti sono libere di scorrazzare e minacciare sotto lo sguardo benevolo dell’esecutivo.

Questione migranti, dunque. Secondo i dati Eurostat, in Ungheria, nel 2015 erano presenti 147 mila stranieri, pari all’1,5% della popolazione, una delle percentuali più basse dell’intera UE, e di questi, gli arabi o ile persone di religione islamica sono solo una minoranza. Per avere un’idea dell’ordine di grandezza di cui stiamo parlando, in Italia, nello stesso anno, gli immigrati erano l’8,2% della popolazione, in Germania il 9,3 ed in Austria il 13,2.

Inoltre, i profughi che dal Medio Oriente si muovevano lungo la cosiddetta “rotta balcanica” non avevano alcuna intenzione di stabilirsi in Ungheria, o in nessuno degli altri paesi dell’Europa centro-orientale, ma puntavano a raggiungere altre mete: la Germania, la Svezia, il Regno Unito.

Dunque un referendum senza un concreto obiettivo, se non quello tutto politico di porre l’Ungheria e il “metodo Orban” al centro di un nuovo movimento di contestazione nei confronti di Bruxelles, per ridurne l’influenza sulle politiche nazionali, ed in sostanza per trasformare l’Unione europea in un’Europa delle nazioni, una sorta di Onu in formato ridotto.

Un progetto che lo stesso Orban sa di poter agitare solo come bandiera per rafforzare la sua leadership all’interno del “gruppo di Visegrad, che riunisce quattro paesi euroscettici centro-orientali (Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca), e per porsi alla guida di un nuovo polo anti-europeo, dopo la Brexit. Ma sa di non poter realizzare fino in fondo questo obiettivo: il Paese, in prima fila nella polemica contro il “super-Stato” di Bruxelles, è anche il paese la cui economia è da sempre – dal 2004, anno del suo ingresso nell’UE – largamente dipendente dalla generosa elargizione di Fondi strutturali, Fondi PAC e prestiti delle istituzioni finanziarie europee, senza i quali l’Ungheria andrebbe immediatamente in bancarotta. Ancora oggi il 6% del suo PIL dipende dai finanziamenti europei.

E l’Europa come reagisce alle continue provocazioni? aumentando le risorse destinate all’Ungheria (30 miliardi di Fondi strutturali per il periodo 2014-2020, mentre all’Italia nel sono stati assegnati 32, avendo una popolazione 6 volte superiore). E’ una risposta saggia, tuttavia, perché sarebbe sbagliato rispondere alle provocazioni con la stessa moneta e soprattutto perché non è giusto far pagare agli ungheresi il prezzo delle follie di una certa politica.

Qualcosa però si potrebbe fare: almeno sarebbe utile che il Partito popolare europeo, nei cui ranghi è inserito a pieno titolo il Partito di Orban, Fidesz, battesse un colpo. Finora non l’ha fatto.

 

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