La storia del 3% comincia a creare malumori e preoccupazioni in Europa. Già nel vertice di Berlino del 17 marzo le rassicurazioni del premier Renzi che l’Italia rispetterà i suoi impegni europei, sia quelli previsti dal Trattato di Maastricht che quelli del Fiscal Compact, non devono aver convinto del tutto la Cancelliera, se ha ritenuto di dover precisare di essere “certa” della volontà del nostro paese di restare sotto le soglie previste dal Patto di Stabilità; segno che in realtà questa certezza non la aveva.

Il successivo intervento del presidente del consiglio in Senato il 19 marzo, nel quale ha definito “anacronistico” il vincolo del 3% del rapporto deficit/Pil, a molti è parso un passo indietro rispetto alle rassicurazioni date alla Cancelliera appena 48 ore prima. E a poco è servita la precisazione che l’Italia sta già tenendo fede a quei vincoli. Le notizie volano veloci in Europa, specie quelle provenienti dai paesi posti sotto speciale osservazione, come l’Italia. E la critica renziana, peraltro condivisibile, al meccanismo del 3 % e al complesso armamentario di regolamenti e divieti che ingabbiano le economie europee e frenano la ripresa, hanno l’effetto di una doccia fredda, specie se alternate alle troppe rassicurazioni poco convinte e quindi poco convincenti.

Prova ne sia l’accoglienza, a dir poco fredda, ricevuta al suo arrivo a Bruxelles per la sua prima missione europea. Il presidente della commissione Barroso, e quello del consiglio Van Rompuy, già prima del colloquio con il premier italiano avevano preventivamente precisato che “il rispetto delle regole è importante”. “L’Italia sta rispettando tutti i vincoli”, è stata la replica di Renzi.

Anche se la battaglia per il superamento dei vincoli troppo rigidi fissati da Maastricht è sacrosanta, bisognerebbe capire quali sono le reali intenzioni del premier italiano.

Non basta un hashtag del tipo #angelastaiserena per tranquillizzare la Merkel e gli altri partner europei che considerano l’Italia un paese poco affidabile. Specie se in diverse occasioni e con diversi interlocutori si sostengono tesi differenti: un film che in Europa hanno visto già troppe volte, dai tempi di Berlusconi in su.

E allora, qual è la strategia del premier? Dove troverà le risorse per realizzare le riforme che ha in programma? Su questo punto cruciale, in realtà finora non c’è chiarezza. Lo si capirà probabilmente solo entro il 10 aprile, quando il governo dovrà mettere nero su bianco con cifre e spiegazioni il DEF, il Documento di Economia e Finanza che sarà minuziosamente esaminato dai tecnici della commissione. Per ora circolano solo ipotesi. Tante, forse troppe.

Ad esempio, il presidente della conferenza delle Regioni Vasco Errani ha ipotizzato che l’Italia possa chiedere l’applicazione della cosiddetta “golden rule”, cioè lo scorporo delle spese produttive dal calcolo del deficit. Una misura già sollecitata dal precedente governo ma bocciata dalla commissione in considerazione del troppo elevato debito pubblico del nostro paese.

C’è poi chi ipotizza che Renzi possa chiedere all’UE di portare il rapporto deficit/Pil dal 2,6 al 3% (senza però sforare questo limite-tabu), ottenendo in tal modo un po’ di ossigeno per la nostra economia.

O ancora il sottosegretario alla presidenza Graziano Delrio invece non ha escluso un’accettazione delle regole dei “contratti per le riforme” tanto cari alla Cancelliera tedesca, cioè più flessibilità finanziaria dall’UE in cambio di riforme monitorate e cadenzate in un rapporto diretto, un “contratto” appunto, fra Commissione e governo nazionale.

Ogni strada si sviluppa su un percorso accidentato e potenzialmente pericoloso. Sarebbe intanto utile capire la direzione di marcia, per evitare di alimentare l’incertezza in Italia e in Europa.
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