Con l’avvicinarsi delle elezioni europee di fine maggio cresce in Europa la preoccupazione per un possibile successo delle forze populiste ed antieuropeiste, e nel contempo si anima il dibattito su chi dovrà guidare le istituzioni europee, Parlamento e Commissione, che verranno rinnovate in primavera. E si cominciano a profilare strategie e candidature.
Anche se sulla stampa italiana di tutto questo dibattito non c’è traccia, è bene sapere che le scelte che verranno compiute a livello europeo, avranno riflessi anche sul futuro del nostro paese. Senza togliere nulla al ruolo dell’Europarlamento, che anzi viene rafforzato grazie al Trattato di Lisbona, la poltrona di presidente della Commissione è un posto-chiave nell’architettura costituzionale europea.

E’ vero che dal 2007, con l’esplodere della crisi, il Consiglio Europeo, cioè l’istituzione che riunisce i governi dei 28 paesi UE, e la BCE, la Banca Centrale Europea, hanno assunto in prima persona l’onere delle scelte più importanti in materia di politica economica e monetaria, di fatto esautorando la Commissione; ma è anche vero che l’Esecutivo comunitario guidato da Barroso esercita un considerevole e rigoroso potere di controllo sui bilanci degli stati membri e sull’attuazione delle politiche decise da Bruxelles.

La partita per il rinnovo del presidente della Commissione è quindi di particolare importanza. Per ora ci sono due certezze, ed entrambe passano per Berlino, che anche questa volta giocherà il ruolo di kingmaker nelle scelte dell’Unione. La prima è che Barroso non avrà un terzo mandato, visto che da tempo sembra non sia più nel cuore della cancelliera. La seconda è che fino ad oggi c’è un solo candidato a quella poltrona, ed è il socialdemocratico tedesco Martin Schultz, attuale presidente dell’Europarlamento.

Le ambizioni di Schultz

Proprio Schultz ha lanciato il tema tema della “politicizzazione” della Commissione europea, auspicando che «il prossimo presidente sia politico» più che tecnico. E’ chiaro che Schultz prefigurando un presidente «politico» pensava soprattutto a sé stesso. E la sua candidatura, almeno negli auspici del presidente dell’Europarlamento. potrebbe anche ottenere il sostegno della Merkel (PPE), in nome della Grosse Koalition che si sta realizzando in Germania fra i democristiani della CDU/CSU e i socialdemocratici della SPD. Ipotesi improbabile, anche perché in casa PPE molti possibili candidati stanno già affilando le armi.

Il problema è che con il Trattato di Lisbona le regole sono cambiate. Per la prima volta nelle elezioni del 2014 entreranno in vigore le nuove norme che assegnano al parlamento e ai popoli europei un ruolo importante. L’indicazione del presidente della commissione infatti spetta come avveniva prima, ai governi europei riuniti nel Consiglio, che deve decidere a maggioranza qualificata, anche se il potere di nomina è assegnato al Parlamento europeo. Nell’indicare il candidato tuttavia, e questo è il punto, il Consiglio dovrà «tener conto dei risultati delle elezioni al Parlamento europeo» (Trattato di Lisbona, art. 9D). In teoria quindi il nome del presidente dell’Esecutivo dovrebbe essere scelto all’interno del gruppo parlamentare che risulterà maggioritario nel nuovo Europarlamento: e storicamente il gruppo più numeroso è quello del Partito Popolare Europeo, seguito dai socialisti. La scalata di Shultz quindi parte in salita, anche se le regole del Trattato di Lisbona su questo unto specifico non sono mai state applicate in precedenza e possono prestarsi a varie letture.

L’idea di Schultz comunque ha un certo fascino, come tutte le idee strettamente imparentate con l’utopia: ogni gruppo politico dovrebbe presentare un capolista “continentale” da indicare come aspirante presidente della Commissione. Una volta eletto, godrebbe di una fortissima legittimazione popolare da parte di un elettorato che rasenta il mezzo miliardo di persone; e il Consiglio europeo, ritiene Schultz, difficilmente potrebbe non tenerne conto nel momento in cui è chiamato ad indicare la guida dell’Esecutivo.

La Merkel però ha già bocciato quest’ipotesi, ricordando che la designazione spetta ai governi, e difficilmente anche gli altri leaders europei saranno disposti a rinunciare a una loro prerogativa fissata dai Trattati.

Ma “politicizzare” questa nomina, legandola direttamente al gruppo politico europeo che conquisterà la maggioranza dei seggi è una buona idea o è una “falsa buona idea”, come scrive ad esempio Le Monde E’ un sistema per rendere più democratica un’istituzione oggi percepita (giustamente) come burocratica, o farà venir meno quella neutralità che un organismo comunitario deve necessariamente garantire?

Un sondaggio d Eurobarometro, indica che la maggioranza dei cittadini europei sarebbe favorevole all’elezione diretta del presidente della Commissione, ma i Trattati che regolano la vita delle istituzioni europee disegnano con chiarezza l’immagine di un’Europa intergovernativa e non comunitaria. Un’Unione nella quale fino ad oggi hanno prevalso gli egoismi nazionali e la legge del più forte: anzi verrebbe da dire, della più forte. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Forse sarà di Schultz sarà una falsa buona idea, ma almeno è un’idea.

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