Si torna a parlare di “bamboccioni”, giovani che alla soglia dei trent’anni vivono ancora a casa con i genitori, e si scopre che il fenomeno non è solo italiano e che questi ragazzi non sono “fannulloni” o “choosy” ma vittime di una crisi non solo economica che mette a rischio l’identità stessa di un’intera generazione. E ci si rende anche conto che il fenomeno non riguarda solo il nostro paese, ma in diversa misura, quasi tutta l’Europa.

Sull’Italia sappiamo già molto. Sono circa sette milioni (dati Istat 2012) i giovani fra i 18 e i 34 anni che vivono ancora con mamma e papà, e non sono tutti ragazzini: ben tre milioni infatti superano i 25 anni di età. Fra i giovani non sposati, 6 su 10 continuano a vivere nella famiglia di origine. Ma si tratta di un fenomeno in crescita. Fra il 2011 e il 2012 infatti la percentuale di 18-35enni non sposati che vivono a casa, è passata dal 59,2% al 61,2%, un incremento di 2 punti netti, pari a circa 31 mila unità.

Giovani che vivono con i genitori secondo età e genere, 2007-2011

Un recente studio europeo, pubblicato dall’agenzia UE Eurofound, ci offre una visione d’insieme del fenomeno, e nello stesso tempo non si limita a fornire una stima puramente quantitativa, ma anche alcune analisi e prospettive originali. Idee, riflessioni, spunti che possono consentire alla politica, se lo vorrà, di fornire le necessarie risposte. Eurofound, che non è un’agenzia di statistica, ma di analisi su temi sociali, mette innanzitutto il fenomeno in relazione all’esplodere della crisi economica. E questa non è certo una novità. La ricerca prende in esame un periodo che va dal 2007 al 2011 e rileva che complessivamente la percentuale dei giovani che vivono con i propri genitori è passata nell’UE dal 44 al 48%, e che il fenomeno riguarda prevalentemente i maschi. Non è naturalmente una loro scelta, ma l’effetto della crescente disoccupazione, e in molti casi, specie nell’Europa dell’Est, è associato a forme più o meno gravi di povertà. Questo provoca un diffuso sentimento di sfiducia e un’”esclusione sociale” che ha effetti di lunga durata e talvolta permanenti. I paesi dove il fenomeno è più evidente sono dell’Europa orientale: l’Ungheria è la prima in classifica, seguita dalla Slovenia, dalla Lituania e dalla Polonia.

Ottimismo sul futuro

«Restare fuori dal mercato del lavoro ha conseguenze di lungo termine – sottolinea il direttore di Eurofound, Juan Menéndez-Valdés – non solo economiche. Fra queste vanno considerate la perdita di fiducia e l’indebolimento delle aspettative, oltre ad un aumento del rischio di esclusione sociale e di allontanamento, di “disimpegno” dalla società. Con questo rapporto abbiamo centrato l’attenzione sulle fasce di giovani maggiormente a rischio, nella speranza di far sviluppare il dibattito su questi temi e di contribuire ad affrontare questa sfida»

Esperienze di serio impoverimento

Un aspetto interessante del rapporto riguarda la relazione delle nuove generazioni nei confronti del mercato del lavoro. Molti giovani disoccupati alla ricerca di un’occupazione, come molti ragazzi inattivi (che un lavoro neanche lo cercano più) vorrebbero poter scegliere liberamente il proprio orario di lavoro. E questo riguarda anche giovani madri e padri che si occupano dei loro figli. Segno di un rapporto immaturo, e qualche volta inesistente, fra una parte consistente delle nuove generazioni e il mercato del lavoro.

Fiducia nel governo

Tutto questo ha gravi conseguenze non solo (e forse non tanto) economiche. Questi giovani senza futuro hanno più probabilità di altri di sentirsi soli, socialmente esclusi, privi di sostegno sociale, e talvolta costretti a sperimentare anche un forte disagio psicologico. Con conseguenze anche sul piano politico, perché dal 2007 al 2011 la fiducia nelle istituzioni da parte delle giovani generazioni è decisamente crollata. E non c’è da stupirsene.
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