L’Italia fa bene a chiedere, come ha annunciato il governo, un più incisivo intervento europeo sul fronte della lotta all’immigrazione. Perché, come ha correttamente spiegato il vicepremier Alfano in Parlamento, Lampedusa non è la frontiera della Sicilia, ma dell’Europa. Ma è bene sapere da subito che se l’Europa non è intervenuta in passato, non lo farà neanche in futuro.

La ragione è presto detta: l’Unione Europea ha una moneta comune, ma non ha una politica comune: quindi non ha neanche una politica dell’immigrazione comune. Tutte le decisioni sono demandate ai governi nazionali, riuniti nel Consiglio Europeo, che decide quindi sulla base dei rapporti di forza fra le varie cancellerie, o anche sulle capacità diplomatica dei singoli primi ministri o ministri degli interni. E di solito (una storia che dura ormai da 20 anni) queste riunioni di vertice a Bruxelles o nel Lussemburgo si concludono con un nulla di fatto dopo grandi liti fra i paesi più esposti al fenomeno delle migrazioni.

Così accadde nel 2011, quando l’allora ministro dell’interno Maroni si presentò al Consiglio Interni del Lussemburgo dopo l’ennesimo sbarco di migranti a Lampedusa (e dopo una furibonda lite con Malta) deciso a dare battaglia, a “battere i pugni sul tavolo”, come si usa dire da quelle parti politiche. La richiesta era quella di attuare il cosiddetto “burden sharing”, la distribuzione fra i paesi europei dei migranti approdati lungo le coste del Sud Italia.

La reazione fu più o meno questa: Malta fu il solo paese a sostenere l’Italia. La Germania presentò statistiche dalle quali risultava (ed è vero) che dalle frontiere orientali del paese entrano più immigrati di quanti non ne entrino in Italia dal Mediterraneo. Slovacchia e la Polonia condivisero. La Francia protestò che già troppi clandestini entrano nel paese dalle frontiere-colabrodo dell’Italia; gli inglesi, che non aderiscono neanche a Shengen, ci snobbarono senza troppi complimenti, e così i danesi e gli olandesi. E l’Italia, come dice l’antico adagio, andò per suonarle e fu suonata.

Si dirà che l’approccio di Maroni era sbagliato e strumentale. Certo, l’atteggiamento con cui l’ex ministro dell’interno si presento al tavolo delle trattative sembrava puntare più ad acquisire consensi elettorali interni che non a trovare soluzioni. Ma la sostanza non cambia. Nell’Europa degli egoismi nazionali, non si può contare sulla solidarietà degli altri. E non si può contare neanche sulle istituzioni.

Un solo esempio: quello che qualche volta viene definito eufemisticamente il “ministro degli Esteri” dell’Unione, la baronessa Catherine Ashton, qui la home del suo sito, risulta “desaparecida”: non ha dedicato neanche una parola alla tragedia di Lampedusa, non fosse altro che per esprimere solidarietà con tante povere vittime.

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