Il “contratto” fra democristiani (CDU/CSU) e socialdemocratici (SPD) per dar vita alla Grande Coalizione in Germania è stato firmato, dopo due lunghissimi mesi di gestazione e 17 ore consecutive di trattativa finale. E’ un documento corposo e dettagliato, tale da far impallidire il programma pre-elettorale messo a punto prima del voto del 2006 fra Romano Prodi e la litigiosa famiglia dell’Unione: qui siamo di fronte ad un accordo di 177 pagine e 8 capitoli, nel quale sono specificati punto per punto i termini del programma di governo per i prossimi 4 anni.
La differenza con l’Italia sta nel fatto che in Germania gli accordi vengono rispettati anche nei dettagli. Da noi invece sappiamo come funziona, e lo vediamo in queste ore con il ritiro del sostegno al governo Letta da parte di Berlusconi, che è uno degli artefici delle larghe intese. Per questo il testo di quest’intesa va preso molto sul serio, perché indica con esattezza le linee guida che la Germania, e quindi l’Europa, adotterano nei prossimi anni.

Di rilievo, sul piano interno, la richiesta dei socialdemocratici di salario minimo garantito a 8,50 euro l’ora, modificabile nel 2017, nonché la questione della doppia cittadinanza per gli immigrati. Passato anche una singolare norma che prevede il pagamento del pedaggio autostradale per le auto con targa straniera, mentre fino ad oggi le autostrade tedesche non prevedevano alcun pedaggio. Ma su questo punto dovrà pronunciarsi la Commissione europea, visto che ci sono possibili vizi di legittimità.

Sul fronte europeo, ci sono alcune novità che sembrerebbero indicare una cera discontinuità con la tradizionale politica di austerity seguita della Cancelliera. Ma forse si tratta solo di un’illusione ottica.. Innanzitutto c’è il riconoscimento, forse per la prima volta, che le cause della crisi sono varie, e non solo la perversa propensione a dissipare i fondi pubblici da parte dei paesi del sud Europa: fra le ragioni principali vengono indicate la competitività, gli squilibri e le carenze strutturali dell’Unione economica e monetaria.

Per uscire dalla crisi viene indicata la via delle «riforme strutturali in grado di aumentare la competitività, insieme a una severa e sostenibile prosecuzione nel consolidamento di bilancio (leggi rigore)». E c’è naturalmente la conferma della proposta di “contractual arrangements”, cioè accordi contrattuali vincolanti per i paesi europei, ai quali la Commissione, su impulso tedesco, sta lavorando in queste settimane in vista del Vertice UE di fine dicembre. «Siamo impegnati ad assicurare -si legga nel documento- che i paesi europei raggiungano u’intesa su accordi contrattuali sulle riforme: questi accordi saranno diretti a raggiungere gli obiettivi di competitività, solide e sostenibili finanze, crescita e occupazione».

Il principio che ogni stato è responsabile per i propri obblighi viene riaffermato con forza nel documento. Quindi si esclude categoricamente «ogni forma di condivisione del debito, che metterebbe a repentaglio le necessarie politiche nazionali».

Un altro aspetto importante è la conferma che non verranno concessi ulteriori prestiti se non nel caso in cui sia a rischio la tenuta dell’intera Eurozona. Inoltre, nella deprecabile ipotesi di richieste di finanziamento al nuovo Fondo salvastati, ESM, la pratica dovrà preventivamente essere approvata dal Bundestag, il parlamento tedesco.

L’accordo bipartisan prevede anche qualche apertura politica sull’Europa, come un maggior peso che si auspica possa avere l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, e un ruolo più incisivo del Parlamento europeo e dei parlamenti nazionali nel processo decisionale dell’Europa.

Un po’ troppo poco per mitigare l’impressione che il documento bipartisan, almeno nella parte riguardanti i temi europei, sia opera di una sola parte. La solita.

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