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Senza soldi pubblici la democrazia diventa oligarchia

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Il via libera al decreto governativo che abolisce il finanziamento pubblico ai partiti è una scelta certamente popolare. Non è detto che sia anche una buona scelta. Perché la politica costa, e senza i soldi pubblici non ci si può che affidare al buon cuore dei privati, che nel momento in cui decidono di finanziare questo o quel partito lo fanno non per spirito di servizio o per il bene della collettività, ma per tutelare i loro interessi. In altre parole, conoscendo come vano le cose nel nostro paese, c’è il rischio concreto che la politica possa finire per diventare il prolungamento istituzionale di questo o quel potentato economico.

2016, il male oscuro della democrazia. Bilancio di un anno drammatico

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Qualcuno ha paragonato la situazione dell’Europa in questi anni, a quella della Germania negli anni 30, alla vigilia della vittoria del nazismo. Certo, sono esagerazioni. Ma lo stato della democrazia nel mondo e in Europa suscita più di qualche preoccupazione

Siamo tutti populisti

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Osservando con un po’ di distacco (e di disgusto) questa vociante anteprima di campagna elettorale, si ha l’impressione che in lizza non ci siano partiti con programmi e ideologie diversi, ma fra tre-quattro formazioni populiste. Berlusconi, Renzi, Di Maio e Salvini fanno a gara a chi le spara più grosse, in termini di promesse elettorali. E questo non è certo una novità, né deve scandalizzarci, perché una spruzzata di populismo fa parte da sempre della lotta politica, e non solo in Italia.

Quel che invece sconcerta e probabilmente disorienta l’elettorato è una certa inversione di ruoli, un «cambio di casacca» specie fra due dei 4 contendenti: Renzi e Di Maio. Quest’ultimo ha ormai indossato il doppiopetto d’ordinanza e cerca spasmodicamente il contatto con le odiate elites, esponenti dell’economia e della finanza, insomma, i poteri forti per eccellenza. Forse riuscirà a rassicurarli sul fatto che il M5S non è più quello del comico urlatore Beppe Grillo, delle invettive contro il sistema e del Vaffa Day. Ma quanti elettori, dei quali il M5S interpretava la rabbia ed il rancore, saranno ancora disposti a dargli credito? Se un movimento di protesta diventa un movimento di proposta, vengono meno le ragioni stesse della sua esistenza.

Un percorso analogo ma inverso lo ha seguito Matteo Renzi. Anche questa non è una novità. In definitiva, il concetto stesso di rottamazione, come il giovanilismo su cui questo concetto si fonda, sono valori squisitamente populisti. Ma da almeno un anno (prima del referendum del 4 dicembre 2016) Renzi ha sposato per intero non solo lo stile  ma anche il metodo populista, tentando di inseguire i grillini sul loro stesso terreno. L’inutile battaglia sui cosiddetti vitalizi dei parlamentari ne è un esempio. Un altro è la crociata contro l’Europa dello «zero virgola» Allo stesso modo l’utilizzo mediatico e politico della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche come strumento della campagna elettorale, finisce per proporre l’immagine di un PD come partito anti-sistema. In tal modo, Renzi non guadagnerà i voti degli elettori grillini o di quelli della destra berlusconiana o leghista, ma probabilmente perderà una parte dei consensi degli elettori di centrosinistra, i quali, sono gli unici veri «conservatori» e comunque sono rispettosi delle istituzioni.

L’imitazione dell’altro, insomma, non produce consensi ma crea ulteriore confusione. Della quale certamente si avvale chi lo stile populista l’ha inventato e lo sa esercitare con estrema perizia: Silvio Berlusconi. Il quale, non a caso, è riuscito a porsi al centro della scena politica, togliendo la scena ai suoi avversari.

 

Europa, ecco perché non ci sarà lo tsunami populista

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A pochi mesi dal voto per le europee (in Italia le urne si apriranno il 26 maggio e si voterà in un solo giorno) le grancasse dei partiti populisti continuano a martellare sull’arrivo di un’onda anomala che travolgerà e rivoluzionerà l’intera UE.

Peccato che i sondaggi più recenti confermino al contrario che non ci sarà alcuna rivoluzione di «popolo». Certo, tutto può accadere nel segreto delle urne, ma è improbabile che accadrà qualcosa di molto diverso da quando previsto dai più recenti sondaggi. Ecco quello pubblicato dal Parlamento europeo a fine febbraio 2019, a tre mesi dalle elezioni.

Occorre tener presente che il numero dei parlamentari complessivo sarà di 705, inferiore a quello attuale (751) per effetto della per effetto della redistribuzione parziale dei parlamentari spettanti alla GB dopo la Brexit. L’Italia avrà diritto a 76 seggi, 3 in più rispetto al 2014.

Proiezione dati Parlamento europeo

“Traducendo” il grafico in cifre, osserviamo i seguenti, possibili, spostamenti di seggi fra le elezioni del 2014 e le proiezioni del 2019, a livello complessivo. Prendiamo come base di confronto i gruppi parlamentari di oggi, perché dopo il prossimo 26 maggio potrebbero esser formati nuovi raggruppamenti o potrebbe essere cambiata la loro denominazione. (I decimali sono arrotondati):

PPE (Partito Popolare Europeo, conservatori)  dal 217 (29%) a  183 (26%);

(Socialisti & Democratici, progressisti) da 186 (25%) a 135 (19%);

ALDE (Liberaldemocratici) da 68 a  (9%) a 75 (11%);

ECR (Conservatori e riformisti, ex gruppo dei conservatori britannici, e del partito polacco di maggioranza)  da 74 (10%) a 51 (7%);

ENF (Destra estrema, Le Pen, Salvini, etc) da  37 (5%) a 59 (8%);

EFDD (Populisti, attualmente Farage e M5S sono i partiti più forti) da 41 (6%) a 43 (5%);

Verdi dal 52 (7%) a 45 (6%);

GUE (Sinistra estrema) da 52 (7%) a 46 (7%);

Altri 22 (3%)

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Abbiamo segnato in grassetto i risultati dei gruppi per i quali si prevede un segno positivo. Come si vede, proprio i liberaldemocratici di Guy Verhofstadt, per il quale il premier italiano Conte aveva preconizzato il «canto del cigno», è il gruppo, fra quelli europeisti, che dovrebbe guadagnare maggiori consensi. Mentre fra gli anti-europeisti, dovrebbe andare molto bene l’ENF, grazie soprattutto al risultato della Lega di Salvini (+22 deputati), mentre l’EFDD dovrebbe aumentare di appena 2 deputati.

Sommando il risultato atteso per i partiti dell’establishment (PPE, S&D,Alde) si arriva a 394 deputati (56% del totale), laddove la maggioranza assoluta è di 353. Nel parlamento uscente questi tre gruppi arrivano a 461 (62%). C”è quindi un calo significativo dei consensi per questi partiti, in particolare i socialisti, seguiti dai popolari, che però, insieme ai liberali possono costruire una maggioranza europeista. Esce invece di scena l’ipotesi di una Grosse Koalition PPE-S&D che ha governato l’Europa negli ultimi decenni.

Ma per il fronte antieuropeista le cose non vanno molto meglio. Sommando i tre gruppi dichiaratamente anti-UE (ECR, EFDD, ELF) si arriva a 153 seggi, pari al 21% dell’emiciclo. È vero che ci sono partiti euroscettici o sovranisti che militano in altri gruppi, ad esempio Fidezs di Orban nel PPE, e il partito slovacco di maggioranza, lo SMER, in S&D) ma è difficile pensare che tutti queste eterogenee forze politiche prevalentemente di destra possano fare blocco unico. Se anche accadesse, viste le dimensioni ridotte delle rappresentanze di Fidesz e Smer, non si andrebbe oltre il 25%.

Ancor più inverosimile è l’ipotesi di un accordo dei populisti di destra con quelli dell’estrema sinistra, ad esempio quelli presenti nel GUE, dove non tutti sono populisti. Ma se pure, per assurdo, si componesse una simile mostruosa alleanza non si andrebbe oltre il 31-32%.

C’è poi il problema degli «altri», i nuovi arrivati  ancora in cerca di una collocazione. Il loro numero è attualmente fissato in 22 (3% del totale). È assai improbabile che vadato tutti alle formazioni euroscettiche, ed in ogni caso non sono numeri in grado di cambiare il quadro d’insieme.

In conclusione. Non ci sarà l’apocalisse europea annunciata con grandi squilli di tromba dai movimenti populisti. Ma aumenterà la frammentazione politica, come già avviene in tutti i singoli paesi UE, e governare l’Europa sarà sempre più difficile. Ed è forse proprio questo il risultato che vogliono ottenere i movimenti populisti: rendere la UE ingovernabile e mostrare così che non ha futuro.

Ci dovrebbe invece essere, come ampiamente annunciato, un rimescolamento di carte all’interno della maggioranza italiana, con un clamoroso sorpasso della Lega sui 5 stelle.

 

 

 

Ma questo risultato nazionale non dovrebbe influire in maniera significativa sul quadro complessivo dell’Unione europea.

Riforma elettorale: e scegliessimo il proporzionale?

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Solo a parlarne sembra quasi una bestemmia. Eppure la proporzionale è il convitato di pietra nel dibattito in corso sulla riforma elettorale. Qualcuno (La Torre, PD) la esorcizza come «pulsione» proporzionalista, qualcun altro, i centristi ex democristiani la rilanciano forse per nostalgia. Altri come 5Stelle non fanno mistero di preferirla al maggioritario perché, non avendo i numeri né la cultura politica per poter aspirare a governare il Paese, potrebbero capitalizzare al meglio quel 20-21% di voti che i più recenti sondaggi attribuiscono al Movimento di Grillo.

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