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Germania stabile nonostante il suo sistema di voto

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La caratteristica principale del modello elettorale attraverso il quale i tedeschi rinnovano la loro Camera Bassa ed eleggono il (o piuttosto la) Cancelliera ha da sempre suscitato grande ammirazione nel nostro paese, insieme ad una voglia di imitazione che carsicamente riemerge nel dibattito politico italiano.

In realtà, il “modello tedesco” è un pessimo sistema elettorale, la cui principale caratteristica è quella di non riuscire quasi mai ad esprimere con certezza una maggioranza di governo la sera stessa del voto. Caratteristica, del resto, comune a tutti i sistemi di voto a base proporzionale, come accadeva da noi con la vecchia norma elettorale in vigore nella Prima Repubblica.

Basti pensare che nella Germania democratica, negli ultimi 68 anni, solo per un periodo di appena 4 anni il paese è stato governato da un solo partito: nelle elezioni del 1957, quando la CDU/CSU di Konrad Adenauer conquistò la maggioranza assoluta dei seggi del Bundestag, la Camera bassa. Per il resto il paese è stato governato da coalizioni, più o meno grandi. Angela Merkel si accinge a dar vita alla 4° Grande Coalizione da lei guidata.

E allora cosa è dovuta l’ammirazione sconfinata e la voglia di imitazione che noi italiani nutriamo per il “modello tedesco”, nonostante esso non riesca a produrre se non le odiate grandi coalizioni? Ad una forma di strabismo politico, in base al quale si ritiene che il sistema elettorale in vigore in Germania – democratico ma non efficiente – sia il fattore di stabilità del sistema paese. Invece è esattamente il contrario. È la stabilità del sistema economico e finanziario tedesco che riesce ad imporsi sulla politica, nonostante le evidenti falle del meccanismo di voto.

E dunque, prima di invocare un modello elettorale che per noi potrebbe essere disastroso, meglio pensarci bene.

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Ecco cos’è l’Europa a due velocità

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È un’idea non nuova, ma buona, quella lanciata da Angela Merkel di dar vita ad un’Europa a due velocità. Già dai tempi della crisi del debito, fra il 2011 e il 2012, se ne parlò a lungo e l’idea fu al centro di numerose riflessioni alla cancelleria di Berlino e, soprattutto, al ministero delle Finanze tedesco.

In quella primitiva, e per certi versi, primordiale, versione, questa concezione di Europa a cerchi concentrici aveva un valore punitivo. Aveva cioè l’obiettivo di tagliar fuori dall’euro paesi come l’ìItalia e la Grecia, creando un nucleo di Stati “rigoristi”, come la Germania, la Svezia, la Finlandia, l’Olanda, che avrebbero proceduto uniti verso una maggiore integrazione economica e fiscale, scaricando tutti gli altri.

Anche questa non era un’idea nuova, ma il riadattamento al 2012 di una vecchia proposta, la “Kerneleuropa”, il nocciolo duro dell’Europa, inventata negli anni ’90 dall’attuale ministro delle finanze di Berlino, Schäuble.

Oggi la proposta di Merkel sembra andare in un’altra direzione, pur con tutte le cautele del caso. Non regolare i conti con gli “Stati cicala”, come molti in Germania dipingono quelli del Sud, ma istituzionalizzare quella che da oltre un quarto di secolo è una realtà di fatto. Esistono i paesi dell’area euro, che nella maggior parte dei casi sono determinati ad approfondire il processo di integrazione, ed altri, come quelli dell’Europa centro.orientale, come Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, che non hanno questo interesse.

Certo, i dettagli, in un’operazione di questa natura, sono decisivi. Entra nel primo cerchio chi vuole, o chi può? E la Grecia, ad esempio – che magari vorrebbe ma non può – che destino avrà? E l’Italia, il Portogallo, la Spagna? Che rapporto ci sarà fra le due Europe? E come, tecnicamente si giungerà ad una soluzione di questo tipo? Attraverso una modifica dei Trattati o un patto intergovernativo, come sembrerebbe più plausibile, ma con tutti i rischi connessi a questa seconda opzione?

Se ne discuterà il 25 marzo in occasione della cerimonia nella Capitale, per il 60° anniversario della firma dei Trattati di Roma, che diedero vita alla Comunità Europea. All’epoca nacque quella che venne definita la “Piccola Europa”, formata da solo sei paesi. Oggi l’Europa, per poter sperare di tornare ad essere grande, forse ha bisogno di diventare un po’ più piccola, ma più coesa. Purché questo processo avvenga nella chiarezza e in uno spirito di responsabilità e di solidarietà. Dopo l’uscita della Gran Bretagna e l’avvento di Trump alla Casa Bianca, l’Europa deve decidere se lasciare che l’immobilismo la disintegri, o tentare di reagire, dando un nuovo senso allo stare insieme.

 

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Grillo & Co, dilettanti allo sbaraglio

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Ha ragione Giuliano Ferrara ad affermare che non c’è stato alcuno “schiaffo dell’Europa a Grillo”, come hanno scritto il Corriere della Sera e la Repubblica: così come non c’era stata prima alcuna “svolta europeista” del comico genovese, che anche in questa vicenda ha dimostrato di prediligere alla politica, la farsa.

La parabola della ditta Grillo-Casaleggio, passata nel giro di un paio di giorni, e senza alcuna spiegazione, dall’anti-europeismo più acceso ad un europeismo riformista e poi di nuovo alla proposta di un referendum anti-euro, rivelano ancora una volta il dilettantismo di una leadership del M5S priva di una cultura politica e di una strategia di azione: prigioniera piuttosto della convenienza spicciola e degli umori cangianti del suo leader.

Quello del M5S non è un problema che riguarda solo i militanti del Movimento, visto che esso rappresenta non una setta minoritaria ma una delle principali forze politiche italiane, che ha addirittura l’ambizione di candidarsi alla guida del paese, pur avendo ampiamente dimostrato di non essere in grado di governare neanche la sua Capitale.

Dopo il tentativo maldestro di lasciare l’EFDD, il raggruppamento che fa capo ad un personaggio come Nigel Farage, il politico britannico che continua a prendere i soldi di quell’Europa dalla quale ha voluto divorziare con la Brexit, Grillo è stato costretto a fare una clamorosa retromarcia, accettando le condizioni-capestro dettate dal leader dell’UKIP: fra le quali, oltre alla rinuncia a posti chiave, c’erano anche l’impegno, prontamente accolto, a rilanciare il referendum sull’euro in Italia, e la richiesta di prendere posizioni in favore di Putin, contro le sanzioni alla Russia. Un punto quest’ultimo, che getta una luce sinistra sui rapporti fra il Cremlino e i populisti di mezza Europa.

Ma il finale della tragicommedia grillina non è ancora stato scritto. Il Capo ora chiede, attraverso il Sacro Blog, che chi ha “tradito”, cioè chi ha deciso di lasciare la zattera malferma del M5S dopo che questa ha cambiato inopinatamente rotta, sia costretto a lasciare il Parlamento o a pagare 250.000 euro di penale al M5S. Si invoca, in proposito il “contratto” pre-elettorale che i candidati del Movimento sono stati costretti a firmare prima del voto: una scrittura privata che non ha valore a fronte di norme di rango costituzionale (il divieto di mandato imperativo, fra l’altro, è previsto dalle regole dell’Europarlamento, all’art. 6 dal Trattato di Lisbona).

Dal punto di vista politico, semmai, dovrebbe essere la ditta Grillo-Casaleggio a pagare una “penale” per aver tradito gli impegni sottoscritti di fronte agli elettori nel voto per le europee del 2014, dove, è appena il caso di ricordarlo, nel programma in sette punti del Movimento, rispolverato in tutta fretta dopo il fallito accordo con ALDE, al primo punto figurava proprio il referendum sull’euro.

È lecito cambiare idea, anzi, è segno di intelligenza. Ma cambiare idea tre volte in 48 è segno di totale confusione.

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Il fascino del liberismo e la crisi delle sinistre europee

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Se proviamo a ragionare al di là della polemica politica spicciola su alcuni fenomeni apparentemente eterogenei e distanti, come la crisi delle socialdemocrazie europee, l’avvento della globalizzazione e le ondate migratorie, possiamo osservare, come, in realtà, si tratti di questioni fra loro intimamente connesse.

L’art 50 del Trattato di Lisbona, che regolerà la Brexit

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Per chi fosse interessato ad approfondire il tema delle norme europee che regolano l’uscita di uno Stato dall’Unione europea, rendiamo disponibile uno studio approfondito, realizzato dal Parlamento europeo, in inglese, con tutte le indicazioni necessarie e le interpretazioni giuridiche per capire il funzionamento del famoso art 50 del Trattato. Scaricalo qui

 

Tutto sul dopo Brexit: come orientarsi in un’Europa più piccola

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Domande e risposte in poche righe sul populismo, sui tempi e sui costi del divorzio con Londra, sulle sue conseguenze per l’Europa e per la GB, e una riflessione sulla democrazia europea

E se Brexit funzionasse?

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Siamo ancora in piena campagna referendaria per decidere l’uscita o meno della Gran Bretagna dall’Europa (Brexit, appunto), e l’asprezza del confronto lascia in secondo piano un interrogativo centrale: cosa accadrebbe nel resto d’Europa se Brexit funzionasse davvero? Se cioè Londra dovesse trarre vantaggi concreti, in termini economici e sociali, dal divorzio con Bruxelles?

Ma l’Europa non sarà migliore senza gli inglesi

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Secondo un’opinione diffusa, la Brexit, cioè l’uscita del Regno unito dall’UE, sarebbe un fatto positivo per l’Europa. Sul campo europeo resterebbero infatti solo i paesi che più credono nel progetto di integrazione, cioè i fondatori e pochi altri. Liberi finalmente di stringere sempre di più i vincoli comunitari.

Francia e dintorni, l’onda lunga del populismo non si è fermata

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Sbaglia chi pensa che il risultato delle regionali francesi sia un fatto episodico e destinato ad esaurirsi. E’ invece il sintomo di un male più esteso che colpisce non solo la Francia, ma quasi tutti i paesi dell’Eurozona.

L’Europa di fronte al terrorismo, dibattito al Parlamento europeo di Roma

Presentazione del libro presso la sede di Roma del Parlamento europeo il 16 novembre 2015

La presentazione del libro,” La battaglia di Bruxelles, 2011, viaggio al centro della crisi”, di Paolo De Luca, si è trasformata in un’occasione di dibattito sul ruolo dell’Europa nella lotta al terrorismo di matrice islamica.