Home Blog

L’inganno necessario. Storia della propaganda da Bernays al Coronavirus

0

La ricerca del consenso è un’arte antica che con la modernità è diventata tecnica e che oggi, nell’era digitatale, sta assumendo i caratteri di una scienza. In una società di massa, senza consenso nessun governo potrebbe funzionare. La propaganda, allora, è un’esigenza primaria del potere per uniformare gli orientamenti e indirizzare i comportamenti dell’opinione pubblica. Ma nello stesso tempo essa risponde anche alla necessità dell’uomo contemporaneo di avere una «bussola» mentale che gli consenta di orientarsi nella inestricabile complessità del mondo di oggi. E questo fa dire al sociologo francese Jacques Ellul, le cui riflessioni sulla propaganda hanno un ruolo centrale in questo saggio, che il destinatario del messaggio è vittima ma, nello stesso tempo, anche complice del propagandista.

La «fabbrica del consenso», con il suo enorme potere di condizionamento delle scelte individuali e collettive e con le sue tecniche sempre più sofisticate e intrusive, limita e condiziona gli spazi di democrazia e di libertà. E ci obbliga a riflettere sui rischi ai quali questi valori fondamentali sono sottoposti nell’epoca in cui le istituzioni democratiche sono scosse da una crisi di legittimazione senza precedenti.

Questo libro ricostruisce le tappe principali dell’affermazione e della trasformazione di un’idea e di una pratica, quella della propaganda, nell’arco temporale di un secolo, dagli inizi della Prima Guerra Mondiale fino all’ultima emergenza: quella del Coronavirus del 2020, nella quale la propaganda ha giocato un ruolo da protagonista.

__________________________________________________________________________________________________________________

Presentazione a Marina di Gioiosa Ionica (24. luglio 2020)

24 luglio 2020, prima presentazione de “L’inganno necessario”, presso il Teatro Romano di Marina di Gioiosa Ionica, organizzato dall’amministrazione comuale della cittadina, dalla Libredia, MAG, e dall’editore Laruffa. Dialogo con il vicesindaco di Marina di Gioiosa, Vincenzo Tavernese, e con il giornalista Gianluca Albanese.

Presentazione a Soverato (22 agosto 2020)

Presso la libreria “Non ci resta che leggere” di Soverato si è svolta la presentazione de “L’inganno necessario”. Insieme all’autore, il prof- Framcesco Pungitore.

Il «vento dell’Est» soffia anche da noi

0

Quando abbiamo pubblicato questo libro, nel 2018, scrivevamo che sulla democrazia potevamo registrare due importanti notizie: una buona e una cattiva.

La buona era questa: la democrazia non ha mai conosciuto nel mondo una diffusione paragonabile a quella di oggi: quasi due paesi su tre adottano procedure elettorali più o meno democratiche per selezionare la propria classe dirigente. Appena 30 anni fa erano
la metà. Nel 2022, dopo la pandemica da COvid 19 e la guerra scatenata da Putin contro l’Ucraina, neanche questa notizia può considerarsi buona, perché nel mondo il numero dei regimi autocratici e dittatoriali è rapidamente aumentato.

La cattiva, anzi la pessima notizia è che la stessa democrazia non è mai stata così fragile, se si eccettuano gli anni delle grandi dittature del Novecento. Ed anche la libertà – politica, civile, individuale e collettiva – che è la precondizione stessa del buon funzionamento della democrazia – non è mai stata così potentemente minacciata da nuovi regimi autocratici e orgogliosamente illiberali, oggi diffusi in tutto l’Oriente e nell’Europea dell’est.

Insomma, sull’Unione europea, e più in generale sull’Occidente, spira forte un nuovo «vento dell’Est», foriero di una cultura autoritaria, se non totalitaria. Si tratta di una tendenza che si innesta nell’antico filone del dispotismo orientale, ma che ha caratteristiche proprie del Terzo Millennio, ponendosi come modello alternativo e apparentemente vincente rispetto al sistema liberaldemocratico diffuso inizialmente nel mondo anglosassone.

È questo uno dei grandi dilemmi del nostro tempo, per il quale non esistono soluzioni semplicistiche e a portata di mano, ed è uno dei temi principali al centro della riflessione nel libro “Il vento dell’est, democrazia e dispotismo nell’era della globalizzazione”, Laruffa editore, 2018. Unn libro che ha avuto un sucesso di pubblico e di critica superiore alle aspettative, forse perché prefigurava alcui cambiamenti epocali che si sono poi effettivamente realizzati. Gli equilibri geopolitici, figli dalla globalizzazione, sono mutati con una profondità e una velocità di molto superiori a quanto non avemmo mai potuto immaginare e desiderare. Nuovi modelli economici e politici si stanno imponendo, con la pretesa o, meglio, la presunzione, di essere vincenti. Dalla Cina alla Russia, dalla Turchia all’Ungheria, nuovi regimi autoritari registrano crescenti consensi nell’Europa occidentale e sull’altra sponda dell’Atlantico, saldandosi con i movimenti populisti e sovranisti che hanno già conquistato importanti posizioni in alcune roccaforti nel Vecchio Continente, fra queste l’Italia.

Ma da dove traggono origine questi movimenti populisti che costituiscono la principale insidia  per le democrazie liberali e rappresentative? Le radici culturali vanno ricercate nell’idea di «democrazia totalitaria» formatasi nella Francia del XVIII secolo sopratutto ad opera di Jean-Jacques Rousseau e messa in pratica dai Giacobini. Essa è in definitiva è il terreno comune di tutte le ideologie totalitarie del XIX e XX secolo. E oggi, sotto diverse forme, torna prepotentemente di moda con il populismo europeo e americano del XXI secolo.

L’idealizzazione del popolo come entità unitaria ed omogenea che esprime la propria sovranità non per mezzo della rappresentanza me di una astratta “volontà generale”, apre le porte alla fine del pluralismo e del dialogo tra diversi, aprendo le porte all’avvento di nuove forme di totalitarismo. Ed è questo il pericolo maggiore del tempo che stiamo vivendo.

__________________________________________________________________________________________________________________

Presentazione alla «Nuvola» di Roma (5 dicembre 2018)

A Più Libri, Più Liberi, Fiera della piccola e media editoria a la “Nuvola” di Roma, presentazione del libro di Paolo De Luca “Il vento dell’est, dispotismo e democrazia nell’era della globalizzazione”. Insieme all’autore, Stefano Polli, vicedirettore dell’Agenzia ANSA, e Nicola Graziani, quirinalista dell’Agenzia Italia ed esperto di politica estera.

Torna in libreria «La strage dei pettinai»

0

Complottismo e “caccia all’untore”, depistaggi e tentativi di insabbiamento giudiziario, reticenze e testimonianze ambigue, false verità (o fake news, se si preferisce per stare à la page) e speculazioni a sfondo politico, l’arroganza di pochi agitatori e la pavidità della “maggioranza silenziosa”, il periodo storico fatidico (1848) e il fatto improvviso che stravolge e trasforma in incubo la banalità di una qualsiasi giornata di quasi estate di un qualsiasi paesino periferico. Ci sono le vittime misere e incolpevoli e gli ottusi carnefici a loro modo anch’essi – per un certo verso – da considerarsi incolpevoli perché vittime a loro volta di stupidità e ignoranza e, forse, di “giochi politici” che passano sopra le loro teste di gente segnata da grettezza e analfabetismo (in paese l’unico che sa leggere e scrivere è il parroco).

Gli ingredienti per un legal thriller ci sarebbero proprio tutti. Ma non si tratta, qui, di una sceneggiatura da film né di un romanzo giallo. Il libro di cui parliamo, “La strage dei pettinai” di Paolo De Luca, è invece la cronaca puntuale e rigorosa di un drammatico accadimento di storia locale e di un processo che tra incertezze e colpi di scena si protrasse per alcuni anni fino ad arrivare ad una ricostruzione della verità (tutta la verità?) e alla condanna dei colpevoli (tutti i colpevoli?). Una storia vera, insomma, che colpisce in profondo perché la verità di norma raggiunge punte di abiezione più alte di quelle create dalla fantasia ed è più terribile della finzione perché fatta di crudeltà, di dolori, di infelicità, di ingiustizie, di massacri impressi sui corpi degli uomini in carne e ossa.

L’editore Rubbettino, a 34 anni dalla prima edizione da tempo esaurita, ripropone – e non a caso in tempo di pandemia da Coronavirus – con nuova veste grafica il bel saggio di De Luca che racconta, appunto, una brutta pagina di storia meridionale (una pagina di “ordinaria follia”), una fra le tante che insanguinarono il Regno delle Due Sicilie negli anni che precedettero l’Unità d’Italia. È una storia di pregiudizi e di ingiustizie, di oscurantismo e di sangue, di violenza e di omertà, nel quadro di una società calabrese percorsa da una profonda inquietudine e scossa da frequenti ribellioni anti-borboniche, rivolte contadine, feroci repressioni.

La vicenda si svolge sul finire del mese di maggio del 1848 (l’anno che incendiò tutta l’Europa) a San Giorgio Albanese, paese arbȇreshȇ del cosentino, e narra del tragico destino di tre venditori ambulanti di pettini di legno e di altre cianfrusaglie originari della vicina Scigliano. I tre – “forestieri” ma, a quanto risulterà, assidui nel paese di San Giorgio – vengono guardati con sospetto dai paesani perché vendono illegalmente l’arsenico (utilizzato, per altro, dagli allevatori di bachi da seta – una delle principali attività imprenditoriali della zona – per proteggere i loro preziosi bozzoli dall’assalto dei topi). Era illegale la vendita dell’arsenico perché proibita con decreto regio da Ferdinando II di Borbone in seguito al colera che nel 1837 aveva devastato l’Europa e in particolare il Regno delle Due Sicilia. La diffusione del morbo era stata attribuita proprio ai venditori di arsenico – gli “untori” della situazione – dalla superstizione e dall’ignoranza del popolino e non solo di esso visto che nella fattispecie – come ricorda l’Autore – anche il cardinale Trigona, arcivescovo di Palermo, e l’allora notissimo docente di scienze naturali, professor Scirinà, mantennero nei confronti del colera un atteggiamento ben lontano dalla realtà scientifica. Comunque, per i sostenitori della casa reale gli “untori” appartenevano ai gruppi liberali e rivoluzionari impegnati a provocare caos e ribellioni, di contro per i liberali gli “untori” erano agenti prezzolati dai Borbone con l’intento di attuare una politica “malthusiana” di contenimento della popolazione.

Ma torniamo ai tre “pettinai”. Mentre erano a cena nella osteria della quale erano clienti fissi ogni volta capitavano a San Giorgio nei loro giri di ambulanti, qualcuno (nella fattispecie un certo Giorgio Dramis) diffuse la voce che erano arrivati in paese per avvelenare le fontane con il loro arsenico. Fu un attimo: in un’orgia d’isteria collettiva, gli abitanti del paese, «non esclusi donne e bambini» – come racconta nella sua relazione il Supplente giudiziario di San Giorgio, Nicola Mascia – «si diedero alle furie» e dopo aver linciato i tre sventurati, diedero i loro corpi alle fiamme, in una località appena fuori dal centro abitato, denominata «Calvario».

Paolo De Luca, seguendo fedelmente la documentazione custodita nell’Archivio storico di Cosenza – ripercorre tutte le tappe del processo durato una decina di anni. Pagina dopo pagina, testimonianza dopo testimonianza, i contorni del dramma dei tre “pettinai” assume contorni sempre più precisi. Il processo fu inizialmente frettoloso e inconcludente. Piuttosto chiaro l’intento di insabbiare tutto da parte del primo giudice inquirente sia per svelenire il pesante clima instauratosi tra la popolazione sia per non creare ulteriori problemi alla amministrazione borbonica. Successivamente, fra battute d’arresto e nuove indagini, venne ripreso e solo dopo una decina d’anni riuscì in parte ad arrivare a sentenza e a rendere parziale giustizia ai parenti della vittime.

Insomma, si può dire, giustizia in qualche modo alla fine ci fu. Ma sicuramente parziale perché se è vero che almeno tre dei responsabili (due dei quali, per altro i principali sospettati, nel frattempo erano morti) vennero condannati a tredici anni di prigione, la fece franca tutta la plebaglia che al linciaggio dei tre sventurati “pettinai” aveva partecipato direttamente e attivamente. E, soprattutto, come nota l’Autore, non si fece luce sul perché di quella furia omicida. “Lo spargimento di arsenico nelle fontane pubbliche – nota De Luca – era una forma arcaica, ma pur sempre terribilmente efficace, di “strategia della tensione”, i cui mandanti ed esecutori, allora come ai giorni nostri, non vennero mai scoperti: come abbiamo visto borbonici e liberali si accusavano a vicenda, ed in definitiva ognuna delle due parti ne trasse profitto in termini politici”. I liberali ottenevano il caos che cercavano mentre ai borbonici premeva che l’attenzione dei sudditi passasse dalle idee rivoluzionarie che stavano infiammando l’Europa (e che anche nei paesini della Calabria trovavano una qualche eco) ai più circoscritti fatti locali. C’è da aggiungere – rileva sempre l’Autore – che in quell’intrecciarsi di fatti criminali e di processi surreali un ruolo rilevante lo giocavano spesso anche le bande criminali una delle quali, guidata dal brigante Urtale, era particolarmente attiva in quella parte di “Calabria Citra” dove è situata San Giorgio Albenese. Responsabilità dirette dei briganti, nel caso dei “pettinai”, non vennero accertate (anche se uno dei principali imputati, il citato Giorgio Dramis, era sospettato di far parte proprio della banda Urtale) e piuttosto, preferisce concludere De Luca, “è nostra convinzione che gli avvenimenti di San Giorgio siano stati null’altro che il prodotto di una demenza collettiva, influenzata e in parte determinata dal contesto di profonda insicurezza in cui vivevano le popolazioni meridionali in quell’epoca”.

In ogni caso, quel che più colpisce in questo racconto non è tanto l’accidentato percorso processuale – costellato, come s’è detto, da un’infinità di errori ed omissioni – quanto la variegata galleria di personaggi che sfilano davanti ai giudici e che tornano a nuova vita pagina dopo pagina, con le loro paure, le loro meschinità, le loro debolezze; in definitiva con tutta la loro umanissima fragilità. Fra di essi spicca il pavido arciprete del paese, don Carmine Dramis, un «don Abbondio» calabrese, che firma con grafia tremante la sua reticente deposizione davanti al giudice. Aveva tentato inutilmente di sedare gli animi, ma poi, spaventato dalle minacce, aveva finito per coprire con il silenzio i responsabili materiali della strage. Anche nella piccola San Giorgio Albanese, come nella grande Milano della peste del 1630, descritta dal Manzoni, «il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune».

Emilio Vinciguerra

Il mito di Pelìa e l’Europa imperfetta ma necessaria

0

Ipnotizzati da alcuni apprendisti stregoni, molti italiani si sono convinti che l’Europa sia all’origine di tutti i mali del nostro tempo. “Bruxelles” è spesso paragonata ad un Super-Stato, una vorace divoratrice di sovranità che con le sue regole detta arbitrariamente legge in casa altrui. Vecchi pregiudizi , alimentati ad arte, hanno preso il posto di giudizi più maturi e meditati sui popoli e sui paesi che condividono con noi la casa cosa comune europea.

Che l’Europa non sia perfetta è evidente. Che si possa e si debba migliorare è altrettanto evidente. È perfettamente lecito anche essere contrari all’idea di Europa unita e di moneta unica. Quel che non è corretto è contrabbandare l’idea che – visto che “quest’Europa non ci piace”, come dice spesso il vicepremier Salvini – allora la distruggiamo e ne ricostruiamo un’altra su basi nuove: un’Europa “perfetta”.

È bene esser coscienti che se si disintegra questa UE, non ce ne sarà un’altra, magari più bella e perfetta. L'”Europa dei popoli” propagandata  dai sovranisti è  un’illusione: si risolverebbe solo in un tragico ritorno agli Stati nazionali. La perfezione in politica è un’utopia pericolosa. Bisogna sempre tener presente il mito greco delle figlie di Pelia, che furono convinte dalla maga Medea a fare a pezzi il vecchio e adorato padre per poterlo riavere di nuovo giovane e perfetto. Naturalmente il vecchio genitore scomparve per sempre.

L’Europa non è nata per capriccio, ma per necessità e per scelta lungimirante. Non solo per assicurare la pace fra le nazioni che per secoli si erano combattute ferocemente, ma per aumentare la prosperità dei popoli europei e per garantire alcuni fondamentali diritti sociali e politici ai suoi cittadini. Missione largamente compiuta, anche se le ferite della Grande Recessione e di una gestione, certo non troppo lineare, della crisi, hanno alimentato un senso di sfiducia da parte di larghi strati della popolazione nei confronti delle istituzioni comuni e, più in generale, della politica tradizionale.

Ma l’Europa serve oggi più di ieri. E la ragione ce l’ha ricordata recentemente il ministro degli esteri di questo governo, Moavero Milanesi: nel 2035, ha detto, nessuno degli Stati europei, presi singolarmente – quindi neanche la prospera Germania – potrà più far parte del G7, il Gruppo dei 7 Paesi più industrializzati del mondo.Gli equilibri geopolitici ed economici del mondo di sono spostati verso est.  Solo l”Europa Unita potrà avere un peso nell’economia globalizzata di un futuro ormai prossimo.

I sovranisti si mettano l’anima in pace e la smettano di illudere gli elettori: non c’è un futuro nel ritorno ad un nazionalismo identitario ed al protezionismo. C’è solo il passato, orrendo. Che sarebbe meglio seppellire per sempre insieme ai suoi fantasmi che oggi minacciano di ritornare.

Gli apprendisti stregoni, mappa del populismo in Europa

0

Quanti sono i movimenti populisti oggi in Europa? Quanto pesano e quanto incidono sulle decisioni politiche nazionali e comunitarie? Perché nei Paesi centro-orientali questo fenomeno ha caratteristiche così marcatate? Il libro tenta di rispondere ai tanti interrogativi posti dall’esplosione del fenomeno politico più spettacolare ed inafferrabile dei nostri tempi, ricostruendo una mappa, analitica, aggiornata e documentata, dei movimenti che in tutta Europa sono riferibili a questa tendenza.
Spesso il populismo è considerato come una malattia che infetta la politica. Esso, invece, è solo un sintomo. L’effetto e non la causa di quel male oscuro che ormai da alcuni decenni colpisce la democrazia rappresentativa in Occidente e che affonda le sue radici nel profondo disagio – economico, sociale e identitario – delle classi popolari e del ceto medio, per gli effetti negativi della globalizzazione e di un liberismo senza regole.

Un sentimento diffuso che negli anni è diventato cupo risentimento nei confronti dell’intera classe politica europea, che non ha saputo interpretarlo e rappresentarlo.
Nel nostro tempo, vicende come la Brexit, l’elezione di Donald Trump, le ambizioni imperiali di Vladimir Putin, si saldano con la pressione interna di partiti che trovano in un risorgente nazionalismo anti-europeo il loro solo collante. Tutti insieme lanciano una sfida decisiva all’Europa, dal cui esito dipende non solo il futuro assetto degli equilibri geopolitici mondiali, ma anche la vita quotidiana di noi cittadini europei e dei nostri figli.

__________________________________________________________________________________________________________________

Presentazioni

GR Parlamento, Carlo Albertazzi, 19 luglio 2017

Un libro per l’Europa, Europarlamento Roma, di Thierry VIssol

LaC tv, 12 agosto 2019

LaC tv, 29 ottobre 2017

La battaglia di Bruxelles, 2011, viaggio al centro della crisi

0

Dalle lettere della BCE a Roma e Madrid, alla guerra in Libia, al declino di Berlusconi, ai diktat di Angela Merkel, alla grandeur perduta di Nicolas Sarkozy. Il 2011 è stato davvero l’annus horribilis per l’Europa e per l’Italia. Una catena di avvenimenti straordinari e di incredibili errori, che ha fatto dilagare la crisi del debito, facendo sprofondare l’intera UE in una recessione senza fine, in ossequio all’ideologia tedesca del rigore.

A conclusione di un processo che in realtà parte da molto lontano, in pochi mesi la Germania è riuscita a trasformare la crisi in un potente volàno di stabilità interna e di crescita economica. Anche grazie al complice assenso della Francia, si è completato quel processo di «germanizzazione dell’Europa», che Thomas Mann paventava già nel lontano 1953.

Ancor più delle pur evidenti fragilità strutturali della moneta unica – spesso ingiustamente indicata come principale responsabile della recessione – a determinare il contagio è stata soprattutto la gestione egoistica e a tratti dilettantesca della crisi da parte del direttorio franco-tedesco. I ritmi degli interventi di sostegno ai paesi in difficoltà finirono per essere scanditi dagli appuntamenti elettorali in Germania e dalla spavalda difesa degli interessi finanziari delle banche francesi e tedesche. Nel giro di pochi mesi, infine, si ruppe quel patto di fiducia e di solidarietà faticosamente costruito in 60 anni di storia comune, e gli europei si dedicarono a disperdere tutte le loro energie, come nota efficacemente Tim Geithner nel suo Stress Test, in una feroce «lotta contro sé stessi».

Sul fronte italiano, la «Battaglia di Bruxelles» fu combattuta da un governo debole e diviso, il Berlusconi IV. Un esecutivo nello stesso tempo responsabile e in parte vittima del proprio destino, privo della credibilità interna e internazionale.

La crisi ha lasciato ferite ancora ben visibili nel corpo dell’Europa, determinando la nascita di nuove divisioni e il risorgere di antichi pregiudizi. Il libro è una lettura critica, documentata e originale di quei dodici mesi nei quali è venuta meno la fiducia fra culture e popoli europei e si è bruscamente interrotto un faticoso processo di integrazione. La sfida del presente è ricostruire quella fiducia, ridare un’anima al progetto comune, senza il quale nessun paese, da solo, potrà salvarsi.

La presentazione presso la sede del PE di Roma (16/11/2015)

La presentazione del libro,” La battaglia di Bruxelles”, di Paolo De Luca, il 16 novembre 2015, si è svolta a 36 ore di distanza dagli attentati terroristici che hanno insaguinato Parigi, la notte del 13 novembre, provocando 130 vittime innocenti, oltre alla morte di sette attentatori. Inevitabile che l’incontro si trasformasse in un’occasione di confronto sul ruolo dell’Europa nella lotta al radicalismo islamico, sempre pià aggressivo e sanguinario.

Locandina evento
Locandina evento PE

Da dove ripartire nella battaglia contro il terrorismo? da un’operazione militare internazionale, come quella che si sta cercando in questi giorni di mettere in piedi? O da un’azione di intelligence accompagnata da misure legislative e giudiziarie più severe? E cosa può fare l’Europa, così duramente colpita dalla cieca violenza jihadista? SI è concentrato su questi argomenti il dibattito presso l’Ufficio di Roma del Parlamento europeo nel corso della cerimonia di presentazione del libro di Paolo De Luca sulla Grande Crisi: anzi su un segmento preciso di quella crisi, la fase, cioè, nella quale il morbo della Grecia ha cominciato a contagiare gli altri paesi dell’Eurozona.

Ecco chi vi ha partecipato e cosa ha detto:

Antonio Tajani, vice-presidente vicario del Parlamento europeo, ha difeso la necessità di un’operazione militare, spingendo

Antonio Tajani, vice presidente vicario del PE
Antonio Tajani, vice presidente vicario del PE

l’Europa e soprattutto le Nazioni Unite a muoversi, perché – ha detto – è un problema che va affrontato e l’ONU “non può continuare a dormire”. Parallelamente, a giudizio di Tajani, bisogna recuperare pienamente i valori che rappresentano l’Europa e riconoscerci in essi”. Se non siamo pienamente sostenitori della nostra identità ha aggiunto – “siamo destinati a perdere, perché il nostro avversario non e’ ne’ psicologicamente ne’ moralmente, nella sua follia, debole”. Questa l’intervista rilasciata da Tajani all’agenzia Vista

Stefano Polli
Stefano Polli, Vicedirettore Agenzia ANSA

Stefano Polli, vicedirettore dell’agenzia ANSA e moderatore del dibattito, ha spiegato che il libro offre diversi spunti di attualità, perché fu proprio nel 2011 che si possono trovare le origini di alcuni dei fenomeni degenerativi che hanno rafforzato la presenza dell’estremismo islamico sullo scenario mediorientale. Fra questi fenomeni, descritti nel libro di De Luca, vengono ricordati l’esplosione della rivolta in Siria – con il sostegno acritico che venne dato fin dall’inizio dall’Occidente ai gruppi contrari ad Assad, fra i quali i più forti erano proprio i jihadisti – e la guerra in Libia contro il colonnello Gheddafi, che ha destabilizzato l’intera regione.

L’autore del libro, Paolo De Luca, pur condividendo la necessità di un’azione militare multilaterale, ha sottolineato come questa, da sola, non sia sufficiente a debellare il fenomeno del terrorismo, che richiede un impegno coordinato fra i vari paesi ed un’azione anche di tipo culturale, perché il “nemico non è solo in Iraq, in Siria o il Libia, ma può anche essere il nostro insospettabile vicino di casa”.

Quanto ai contenuti del libro, l’autore  prende in esame in particolare il 2011, definito “annus horribilis per l’Europa e per l’Italia”, in cui, come risultato della crisi

Paolo De Luca, giornalista e autore del libro
Paolo De Luca, giornalista e autore del libro

economica, e della conseguente crisi politica, “e’ venuta meno la fiducia tra culture e popoli europei e si e’ bruscamente interrotto un faticoso processo di integrazione”. E in questo quadro – secondo le conclusioni di De Luca, peraltro condivise da Tajani – “è necessario recuperare le ragioni profonde dello stare insieme in una comunità di Stati, occorre cominciare a considerare la moneta unica non il fine, ma il mezzo per l’affermazione di alcuni valori fondamentali come la pace, la libertà, la dignità della persona”.

Aprendo i lavori del convegno,Giampaolo Meneghini, responsabile Informazione dell’Ufficio di Roma del Parlamento europeo, ha spiegato la scelta di tenere comunque l’incontro-dibattito proprio alla scopo di “dare un messaggio ancora più forte dopo gli attentati di Parigi”. Un messaggio che affermi che “noi crediamo nell’Europa e andiamo avanti” senza tentennamenti, specie “con l’attività politico istituzionale del

Giampaolo Meneghini, Direttore Ufficio Informazione  di Roma del PE
Giampaolo Meneghini, Direttore Ufficio Informazione di Roma del PE

Parlamento europeo”. Meneghini ha poi letto il messaggio inviato dal Presidente Mattarella ai genitori di Valeria Solesin, la ragazza italiana morta negli attacchi di Parigi.

Davide Sassoli, vice presidente del Parlamento europeo, non avendo potuto partecipare alla presentazione del libro, ha inviato un messaggio di saluto.

Per chi volesse saperne di più, Radio Radicale ha trasmesso in diretta il dibattito. Puoi riascoltarlo qui

E questo è il video della conferenza su YouTube

 (Gianmario Severi)

[google-translator

Ma l’Europa non sarà migliore senza gli inglesi

0

Secondo un’opinione diffusa, la Brexit, cioè l’uscita del Regno unito dall’UE, sarebbe un fatto positivo per l’Europa. Sul campo europeo resterebbero infatti solo i paesi che più credono nel progetto di integrazione, cioè i fondatori e pochi altri. Liberi finalmente di stringere sempre di più i vincoli comunitari.

Una guida per capire l’Europa

0

Con le elezioni europee è cresciuto l’interesse dell’opinione pubblica nei confronti del sistema-Europa, dei suoi meccanismo di funzionamento, della sua struttura a volte barocca e incomprensibile. Questo rinato interesse è anche l’effetto paradossale della propaganda dai movimenti anti europei, che hanno finito per stimolare la curiosità della gente nei confronti dell’UE.

Ma orientarsi nel labirinto dei Trattati e dei regolamenti dell’Unione non è facile. Per questo riteniamo che possa essere utile una piccola guida per semplificare l’approccio di chi vuole orientarsi nella complessa architettura istituzionale europea; una realtà nella quale spesso parole simili hanno significati anche molto diversi. Un esempio classico? Consiglio europeo, Consiglio dell’Unione europea e Consiglio d’Europa, sono tre istituzioni diverse, e l’ultima non fa neanche parte dell’UE. Eppure quante volte sui giornali, alla radio o in tv abbiamo sentito parlare di Consiglio d’Europa a propostito invece di Consiglio europeo? O di semestre europeo invece di semestre di presidenza?

Del resto in un’architettura complessa e stratificata com’è quella della UE, nella quale coesistono ben 14 diverse istituzioni, 40 agenzie e oltre 700 acronimi è facile perdersi se non si ha a disposizione un filo diArianna. E le guide, ottime e complete, messe in Rete dalle varie istituzioni europee, spesso sono troppo complicate e difficili da capire e da consultare, specie da chi si avvicina per la prima alle questioni europee.

Da qui l’idea di pubblicare on line un piccolo Manuale, che certo non ha alcuna pretesa di esaustività o di ufficialità; anzi vuole deliberatamente avere un approccio critico e informale, semplice ma non superficiale, come spesso purtroppo accade con il materiale reperibile in Rete. Un Manuale di consultazione, insomma, utile per capire l’Europa di oggi.

Di seguito le prime tre schede sul Parlamento europeo, il Consiglio europeo e il Consiglio dell’Unione europea

L’Europa di fronte al terrorismo, dibattito al Parlamento europeo di Roma

0
Presentazione del libro presso la sede di Roma del Parlamento europeo il 16 novembre 2015

La presentazione del libro,” La battaglia di Bruxelles, 2011, viaggio al centro della crisi”, di Paolo De Luca, si è trasformata in un’occasione di dibattito sul ruolo dell’Europa nella lotta al terrorismo di matrice islamica.

Chi ha detto che la politica non deve essere una professione?

0

C’è in giro da tempo un’idea stravagante sulla politica: che cioè un paese possa fare a meno di essa, anzi che possa essere governato correttamente solo da chi non ha mai fatto della politica una professione. Questa logica ha portato in parlamento e in molte amministrazioni locali, schiere di giovani (e meno giovani) onesti ma del tutto incompetenti.

Translate »