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L’inganno necessario. Storia della propaganda da Bernays a Casalino

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La ricerca del consenso è un’arte antica che con la modernità è diventata tecnica e che oggi, nell’era digitatale, sta assumendo i caratteri di una scienza. In una società di massa, senza consenso nessun governo potrebbe funzionare. La propaganda, allora, è un’esigenza primaria del potere per uniformare gli orientamenti e indirizzare i comportamenti dell’opinione pubblica. Ma nello stesso tempo essa risponde anche alla necessità dell’uomo contemporaneo di avere una «bussola» mentale che gli consenta di orientarsi nella inestricabile complessità del mondo di oggi. E questo fa dire al sociologo francese Jacques Ellul, le cui riflessioni sulla propaganda hanno un ruolo centrale in questo saggio, che il destinatario del messaggio è vittima ma, nello stesso tempo, anche complice del propagandista.

La «fabbrica del consenso», con il suo enorme potere di condizionamento delle scelte individuali e collettive e con le sue tecniche sempre più sofisticate e intrusive, limita e condiziona gli spazi di democrazia e di libertà. E ci obbliga a riflettere sui rischi ai quali questi valori fondamentali sono sottoposti nell’epoca in cui le istituzioni democratiche sono scosse da una crisi di legittimazione senza precedenti.

Questo libro ricostruisce le tappe principali dell’affermazione e della trasformazione di un’idea e di una pratica, quella della propaganda, nell’arco temporale di un secolo, dagli inizi della Prima Guerra Mondiale fino all’ultima emergenza: quella del Coronavirus del 2020, nella quale la propaganda ha giocato un ruolo da protagonista.

Torna in libreria «La strage dei pettinai»

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Complottismo e “caccia all’untore”, depistaggi e tentativi di insabbiamento giudiziario, reticenze e testimonianze ambigue, false verità (o fake news, se si preferisce per stare à la page) e speculazioni a sfondo politico, l’arroganza di pochi agitatori e la pavidità della “maggioranza silenziosa”, il periodo storico fatidico (1848) e il fatto improvviso che stravolge e trasforma in incubo la banalità di una qualsiasi giornata di quasi estate di un qualsiasi paesino periferico. Ci sono le vittime misere e incolpevoli e gli ottusi carnefici a loro modo anch’essi – per un certo verso – da considerarsi incolpevoli perché vittime a loro volta di stupidità e ignoranza e, forse, di “giochi politici” che passano sopra le loro teste di gente segnata da grettezza e analfabetismo (in paese l’unico che sa leggere e scrivere è il parroco).

Gli ingredienti per un legal thriller ci sarebbero proprio tutti. Ma non si tratta, qui, di una sceneggiatura da film né di un romanzo giallo. Il libro di cui parliamo, “La strage dei pettinai” di Paolo De Luca, è invece la cronaca puntuale e rigorosa di un drammatico accadimento di storia locale e di un processo che tra incertezze e colpi di scena si protrasse per alcuni anni fino ad arrivare ad una ricostruzione della verità (tutta la verità?) e alla condanna dei colpevoli (tutti i colpevoli?). Una storia vera, insomma, che colpisce in profondo perché la verità di norma raggiunge punte di abiezione più alte di quelle create dalla fantasia ed è più terribile della finzione perché fatta di crudeltà, di dolori, di infelicità, di ingiustizie, di massacri impressi sui corpi degli uomini in carne e ossa.

L’editore Rubbettino, a 34 anni dalla prima edizione da tempo esaurita, ripropone – e non a caso in tempo di pandemia da Coronavirus – con nuova veste grafica il bel saggio di De Luca che racconta, appunto, una brutta pagina di storia meridionale (una pagina di “ordinaria follia”), una fra le tante che insanguinarono il Regno delle Due Sicilie negli anni che precedettero l’Unità d’Italia. È una storia di pregiudizi e di ingiustizie, di oscurantismo e di sangue, di violenza e di omertà, nel quadro di una società calabrese percorsa da una profonda inquietudine e scossa da frequenti ribellioni anti-borboniche, rivolte contadine, feroci repressioni.

La vicenda si svolge sul finire del mese di maggio del 1848 (l’anno che incendiò tutta l’Europa) a San Giorgio Albanese, paese arbȇreshȇ del cosentino, e narra del tragico destino di tre venditori ambulanti di pettini di legno e di altre cianfrusaglie originari della vicina Scigliano. I tre – “forestieri” ma, a quanto risulterà, assidui nel paese di San Giorgio – vengono guardati con sospetto dai paesani perché vendono illegalmente l’arsenico (utilizzato, per altro, dagli allevatori di bachi da seta – una delle principali attività imprenditoriali della zona – per proteggere i loro preziosi bozzoli dall’assalto dei topi). Era illegale la vendita dell’arsenico perché proibita con decreto regio da Ferdinando II di Borbone in seguito al colera che nel 1837 aveva devastato l’Europa e in particolare il Regno delle Due Sicilia. La diffusione del morbo era stata attribuita proprio ai venditori di arsenico – gli “untori” della situazione – dalla superstizione e dall’ignoranza del popolino e non solo di esso visto che nella fattispecie – come ricorda l’Autore – anche il cardinale Trigona, arcivescovo di Palermo, e l’allora notissimo docente di scienze naturali, professor Scirinà, mantennero nei confronti del colera un atteggiamento ben lontano dalla realtà scientifica. Comunque, per i sostenitori della casa reale gli “untori” appartenevano ai gruppi liberali e rivoluzionari impegnati a provocare caos e ribellioni, di contro per i liberali gli “untori” erano agenti prezzolati dai Borbone con l’intento di attuare una politica “malthusiana” di contenimento della popolazione.

Ma torniamo ai tre “pettinai”. Mentre erano a cena nella osteria della quale erano clienti fissi ogni volta capitavano a San Giorgio nei loro giri di ambulanti, qualcuno (nella fattispecie un certo Giorgio Dramis) diffuse la voce che erano arrivati in paese per avvelenare le fontane con il loro arsenico. Fu un attimo: in un’orgia d’isteria collettiva, gli abitanti del paese, «non esclusi donne e bambini» – come racconta nella sua relazione il Supplente giudiziario di San Giorgio, Nicola Mascia – «si diedero alle furie» e dopo aver linciato i tre sventurati, diedero i loro corpi alle fiamme, in una località appena fuori dal centro abitato, denominata «Calvario».

Paolo De Luca, seguendo fedelmente la documentazione custodita nell’Archivio storico di Cosenza – ripercorre tutte le tappe del processo durato una decina di anni. Pagina dopo pagina, testimonianza dopo testimonianza, i contorni del dramma dei tre “pettinai” assume contorni sempre più precisi. Il processo fu inizialmente frettoloso e inconcludente. Piuttosto chiaro l’intento di insabbiare tutto da parte del primo giudice inquirente sia per svelenire il pesante clima instauratosi tra la popolazione sia per non creare ulteriori problemi alla amministrazione borbonica. Successivamente, fra battute d’arresto e nuove indagini, venne ripreso e solo dopo una decina d’anni riuscì in parte ad arrivare a sentenza e a rendere parziale giustizia ai parenti della vittime.

Insomma, si può dire, giustizia in qualche modo alla fine ci fu. Ma sicuramente parziale perché se è vero che almeno tre dei responsabili (due dei quali, per altro i principali sospettati, nel frattempo erano morti) vennero condannati a tredici anni di prigione, la fece franca tutta la plebaglia che al linciaggio dei tre sventurati “pettinai” aveva partecipato direttamente e attivamente. E, soprattutto, come nota l’Autore, non si fece luce sul perché di quella furia omicida. “Lo spargimento di arsenico nelle fontane pubbliche – nota De Luca – era una forma arcaica, ma pur sempre terribilmente efficace, di “strategia della tensione”, i cui mandanti ed esecutori, allora come ai giorni nostri, non vennero mai scoperti: come abbiamo visto borbonici e liberali si accusavano a vicenda, ed in definitiva ognuna delle due parti ne trasse profitto in termini politici”. I liberali ottenevano il caos che cercavano mentre ai borbonici premeva che l’attenzione dei sudditi passasse dalle idee rivoluzionarie che stavano infiammando l’Europa (e che anche nei paesini della Calabria trovavano una qualche eco) ai più circoscritti fatti locali. C’è da aggiungere – rileva sempre l’Autore – che in quell’intrecciarsi di fatti criminali e di processi surreali un ruolo rilevante lo giocavano spesso anche le bande criminali una delle quali, guidata dal brigante Urtale, era particolarmente attiva in quella parte di “Calabria Citra” dove è situata San Giorgio Albenese. Responsabilità dirette dei briganti, nel caso dei “pettinai”, non vennero accertate (anche se uno dei principali imputati, il citato Giorgio Dramis, era sospettato di far parte proprio della banda Urtale) e piuttosto, preferisce concludere De Luca, “è nostra convinzione che gli avvenimenti di San Giorgio siano stati null’altro che il prodotto di una demenza collettiva, influenzata e in parte determinata dal contesto di profonda insicurezza in cui vivevano le popolazioni meridionali in quell’epoca”.

In ogni caso, quel che più colpisce in questo racconto non è tanto l’accidentato percorso processuale – costellato, come s’è detto, da un’infinità di errori ed omissioni – quanto la variegata galleria di personaggi che sfilano davanti ai giudici e che tornano a nuova vita pagina dopo pagina, con le loro paure, le loro meschinità, le loro debolezze; in definitiva con tutta la loro umanissima fragilità. Fra di essi spicca il pavido arciprete del paese, don Carmine Dramis, un «don Abbondio» calabrese, che firma con grafia tremante la sua reticente deposizione davanti al giudice. Aveva tentato inutilmente di sedare gli animi, ma poi, spaventato dalle minacce, aveva finito per coprire con il silenzio i responsabili materiali della strage. Anche nella piccola San Giorgio Albanese, come nella grande Milano della peste del 1630, descritta dal Manzoni, «il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune».

Emilio Vinciguerra

Per un’Europa possibile, senza illusioni e senza catastrofismi

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Le elezioni del 2019 rappresentano un momento decisivo per l’Europa.

Non voglio usare l’aggettivo «storico» semplicemente perché in passato se ne è abusato, ma questa volta davvero non sarebbe un’esagerazione giornalistica. Le prossime elezioni, come ha ben sottolineato il Presidente Mattarella, sono davvero le «prime vere elezioni europee». È la prima volta che ci rechiamo alle urne con la consapevolezza che il nostro voto non influirà solo sugli equilibri politici del nostro Paese, ma potrà contribuire a decidere il futuro dell’intera Unione Europea.

Credo che in questo passaggio così importante per credere ancora nell’Europa, sia necessario evitare di incorrere in due errori che potrebbero avere conseguenze incalcolabili. Il primo è un eccesso di pessimismo: non siamo alla vigilia di una sorta di Armageddon populista, con il voto di fine maggio. Tutte le proiezioni fin qui disponibili sulle intenzioni globali di voto – che conosciamo grazie ad un’eccellente iniziativa del Parlamento europeo – mostrano un successo significativo ma parziale delle forze politiche che, con una definizione necessariamente generica e imprecisa, chiamiamo «populiste»: esse complessivamente dovrebbero ottenere non più di ¼ dei seggi. Bisognerà ovviamente attendere  i voti reali prima di trarre conclusioni, ma se questi sondaggi verranno confermati potremmo trarne alcune conclusioni. Innanzitutto che i i partiti anti-UE possono frenare l’integrazione europea, non fermarla. Anche perché l’idea di uscire dalla moneta unica e dall’Unione, che è stata la bandiera elettorale di molti partiti anti-sistema, ormai è portata avanti solo da spariti gruppi minoritari. Segno che i sentimenti contrari all’Unione europea, specie dopo il disastro della Brexit, non sono in fondo così diffusi come qualcuno immaginava. Ma c’è poco da rilassarsi e tirare sospiri di sollievo: sarà molto complicato ristabilire un nuovo equilibrio all’interno delle istituzioni europee, dopo che quello vecchio – come sembra – sarà destinato a saltare.

Va poi ricordato, a fronte dei proclami trionfalistici di chi già annuncia una immaginaria «rivoluzione» in chiave sovranista, che le elezioni europee servono ad eleggere i membri dell’Europarlamento, con l’indicazione del candidato alla presidenza della Commissione, mentre i commissari sono indicati dai governi nazionali, che sono in grande maggioranza formati da partiti più o meno tradizionali; così come spetta al Consiglio europeo (cioè ancora una volta ai governi) la scelta del suo Presidente.

Ma è altrettanto pericoloso l’eccesso inverso, quello di un malcelato ottimismo; comunque vada, pensa qualcuno sottovoce, la barca-Europa continuerà a navigare. Bisogna solo raddrizzare un po’ la rotta per evitare che vada a finire subito contro gli scogli. Certo, se si sceglie di continuare a galleggiare senza una meta precisa, senza idee, senza strategie di lungo respiro, come è stato dall’inizio della crisi finanziaria del 2008 ad oggi, la fine non sarà per domani. Ma probabilmente arriverà dopodomani, cioè alle europee del 2024. E fra le difficoltà che i governi europei e il parlamento di Strasburgo dovranno affrontare da subito ce n’è una della quale si parla ancora troppo poco, ma che ha invece una portata strategica, specie per noi italiani: a novembre scade il mandato di Mario Draghi alla presidenza della Banca Centrale Europea, una posizione di straordinaria importanza e delicatezza. E il nome del successore non sarà ininfluente per i destini della UE.

Ma l’Europa che vogliamo costruire deve guardare oltre le poltrone e i rapporti di forza fra partiti e governi, perché non è con operazioni di ingegneria politica che si risolvono problemi che hanno radici molto più profonde. L’Europa deve innanzitutto prendere coscienza che nel suo popolo – per una volta osiamo parlarne al singolare – si sono diffusi sentimenti di sfiducia e di paura. Sentimenti spesso indotti e strumentalizzati, certo, ma non per questo meno veri. Il Rapporto 2019 del World Economic Forum inserisce la «sostenibilità umana» fra i maggiori rischi sistemici che minacciano le società e le economie avanzate. Significa che il malessere che si manifesta corrode il nostro tessuto sociale non è legato solo alla crisi economica, ma è figlio soprattutto di un disagio sociale ed interiore che oggi ha raggiunto dimensioni ragguardevoli.

La «sostenibilità umana» dovrebbe diventare dunque la vera priorità della futura Unione europea, se vuole riuscire a rimettersi in sintonia con i sentimenti diffusi in una parte del suo popolo. Già con la drammatica crisi della Grecia, abbiamo potuto toccare con mano quanto il prevalere di una politica di cieca austerità abbia contribuito a moltiplicare le sofferenze del popolo greco, che oggi finalmente sembra pronto a risollevarsi, dopo un calvario durato dieci anni.

Per far ripartire la UE bisogna mettere davanti a tutto i cittadini europei, ricordando il monito lanciato trent’anni fa da un europeista a tutto tondo come Jacques Delors: «L’Europa – disse – è nata da un dolce dispotismo illuminato» e ha bisogno quindi di cambiare registro, di ripartire dal basso. Non bisogna, allora, aver paura di risvegliare i popoli europei, ma al contrario occorre far di tutto per svegliarli, sollecitarli, coinvolgerli in un progetto che è un destino comune.

La UE è una confederazione di Stati sovrani, gelosi della loro sovranità. Nel continente dove è nata l’idea di Nazione è difficile pensare che esse possano essere cancellate con un colpo di spugna. È necessario procedere verso un’integrazione intelligente e graduale, rispettosa delle diversità ma ambiziosa nella volontà di raggiungere il traguardo finale, la costruzione di un’Europa politica. Che non è un obiettivo immediato, ma piuttosto un faro che illumina un percorso, che non sarà né breve, né facile, né scontato.

Oggi non sono pensabili fughe in avanti né politiche dilatorie, perché il male oscuro che corrode le nostre società, i nuovi equilibri nell’economia globale, le crescenti tensioni geo-politiche alla periferia dell’Europa, impongono decisioni lungimiranti, rapide e coraggiose. La sfida delle ideologie illiberali e le spinte disgregatrici che oggi minacciano le nostre democrazie europee non possono essere combattute inseguendo movimenti populisti e sovranisti sul loro stesso terreno, che è quello della demagogia, delle illusioni, delle false promesse. Bisogna piuttosto tentare di dare risposte concrete a quell’ansia di protezione che i populisti hanno saputo intercettare ed esasperare. E nello stesso tempo è più che mai necessario trasformare un’Europa debole e divisa in un player globale che possa competere con le grandi economie del Pianeta. Nessun Paese da solo può pensare di vincere sfide così complesse. Solo l’Europa unita ce la può fare.

Europa, ecco perché non ci sarà lo tsunami populista

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A pochi mesi dal voto per le europee (in Italia le urne si apriranno il 26 maggio e si voterà in un solo giorno) le grancasse dei partiti populisti continuano a martellare sull’arrivo di un’onda anomala che travolgerà e rivoluzionerà l’intera UE.

Peccato che i sondaggi più recenti confermino al contrario che non ci sarà alcuna rivoluzione di «popolo». Certo, tutto può accadere nel segreto delle urne, ma è improbabile che accadrà qualcosa di molto diverso da quando previsto dai più recenti sondaggi. Ecco quello pubblicato dal Parlamento europeo a fine febbraio 2019, a tre mesi dalle elezioni.

Occorre tener presente che il numero dei parlamentari complessivo sarà di 705, inferiore a quello attuale (751) per effetto della per effetto della redistribuzione parziale dei parlamentari spettanti alla GB dopo la Brexit. L’Italia avrà diritto a 76 seggi, 3 in più rispetto al 2014.

Proiezione dati Parlamento europeo

“Traducendo” il grafico in cifre, osserviamo i seguenti, possibili, spostamenti di seggi fra le elezioni del 2014 e le proiezioni del 2019, a livello complessivo. Prendiamo come base di confronto i gruppi parlamentari di oggi, perché dopo il prossimo 26 maggio potrebbero esser formati nuovi raggruppamenti o potrebbe essere cambiata la loro denominazione. (I decimali sono arrotondati):

PPE (Partito Popolare Europeo, conservatori)  dal 217 (29%) a  183 (26%);

(Socialisti & Democratici, progressisti) da 186 (25%) a 135 (19%);

ALDE (Liberaldemocratici) da 68 a  (9%) a 75 (11%);

ECR (Conservatori e riformisti, ex gruppo dei conservatori britannici, e del partito polacco di maggioranza)  da 74 (10%) a 51 (7%);

ENF (Destra estrema, Le Pen, Salvini, etc) da  37 (5%) a 59 (8%);

EFDD (Populisti, attualmente Farage e M5S sono i partiti più forti) da 41 (6%) a 43 (5%);

Verdi dal 52 (7%) a 45 (6%);

GUE (Sinistra estrema) da 52 (7%) a 46 (7%);

Altri 22 (3%)

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Abbiamo segnato in grassetto i risultati dei gruppi per i quali si prevede un segno positivo. Come si vede, proprio i liberaldemocratici di Guy Verhofstadt, per il quale il premier italiano Conte aveva preconizzato il «canto del cigno», è il gruppo, fra quelli europeisti, che dovrebbe guadagnare maggiori consensi. Mentre fra gli anti-europeisti, dovrebbe andare molto bene l’ENF, grazie soprattutto al risultato della Lega di Salvini (+22 deputati), mentre l’EFDD dovrebbe aumentare di appena 2 deputati.

Sommando il risultato atteso per i partiti dell’establishment (PPE, S&D,Alde) si arriva a 394 deputati (56% del totale), laddove la maggioranza assoluta è di 353. Nel parlamento uscente questi tre gruppi arrivano a 461 (62%). C”è quindi un calo significativo dei consensi per questi partiti, in particolare i socialisti, seguiti dai popolari, che però, insieme ai liberali possono costruire una maggioranza europeista. Esce invece di scena l’ipotesi di una Grosse Koalition PPE-S&D che ha governato l’Europa negli ultimi decenni.

Ma per il fronte antieuropeista le cose non vanno molto meglio. Sommando i tre gruppi dichiaratamente anti-UE (ECR, EFDD, ELF) si arriva a 153 seggi, pari al 21% dell’emiciclo. È vero che ci sono partiti euroscettici o sovranisti che militano in altri gruppi, ad esempio Fidezs di Orban nel PPE, e il partito slovacco di maggioranza, lo SMER, in S&D) ma è difficile pensare che tutti queste eterogenee forze politiche prevalentemente di destra possano fare blocco unico. Se anche accadesse, viste le dimensioni ridotte delle rappresentanze di Fidesz e Smer, non si andrebbe oltre il 25%.

Ancor più inverosimile è l’ipotesi di un accordo dei populisti di destra con quelli dell’estrema sinistra, ad esempio quelli presenti nel GUE, dove non tutti sono populisti. Ma se pure, per assurdo, si componesse una simile mostruosa alleanza non si andrebbe oltre il 31-32%.

C’è poi il problema degli «altri», i nuovi arrivati  ancora in cerca di una collocazione. Il loro numero è attualmente fissato in 22 (3% del totale). È assai improbabile che vadato tutti alle formazioni euroscettiche, ed in ogni caso non sono numeri in grado di cambiare il quadro d’insieme.

In conclusione. Non ci sarà l’apocalisse europea annunciata con grandi squilli di tromba dai movimenti populisti. Ma aumenterà la frammentazione politica, come già avviene in tutti i singoli paesi UE, e governare l’Europa sarà sempre più difficile. Ed è forse proprio questo il risultato che vogliono ottenere i movimenti populisti: rendere la UE ingovernabile e mostrare così che non ha futuro.

Ci dovrebbe invece essere, come ampiamente annunciato, un rimescolamento di carte all’interno della maggioranza italiana, con un clamoroso sorpasso della Lega sui 5 stelle.

 

 

 

Ma questo risultato nazionale non dovrebbe influire in maniera significativa sul quadro complessivo dell’Unione europea.

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Il mito di Pelìa e l’Europa imperfetta ma necessaria

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Ipnotizzati da alcuni apprendisti stregoni, molti italiani si sono convinti che l’Europa sia all’origine di tutti i mali del nostro tempo. “Bruxelles” è spesso paragonata ad un Super-Stato, una vorace divoratrice di sovranità che con le sue regole detta arbitrariamente legge in casa altrui. Vecchi pregiudizi , alimentati ad arte, hanno preso il posto di giudizi più maturi e meditati sui popoli e sui paesi che condividono con noi la casa cosa comune europea.

Che l’Europa non sia perfetta è evidente. Che si possa e si debba migliorare è altrettanto evidente. È perfettamente lecito anche essere contrari all’idea di Europa unita e di moneta unica. Quel che non è corretto è contrabbandare l’idea che – visto che “quest’Europa non ci piace”, come dice spesso il vicepremier Salvini – allora la distruggiamo e ne ricostruiamo un’altra su basi nuove: un’Europa “perfetta”.

È bene esser coscienti che se si disintegra questa UE, non ce ne sarà un’altra, magari più bella e perfetta. L'”Europa dei popoli” propagandata  dai sovranisti è  un’illusione: si risolverebbe solo in un tragico ritorno agli Stati nazionali. La perfezione in politica è un’utopia pericolosa. Bisogna sempre tener presente il mito greco delle figlie di Pelia, che furono convinte dalla maga Medea a fare a pezzi il vecchio e adorato padre per poterlo riavere di nuovo giovane e perfetto. Naturalmente il vecchio genitore scomparve per sempre.

L’Europa non è nata per capriccio, ma per necessità e per scelta lungimirante. Non solo per assicurare la pace fra le nazioni che per secoli si erano combattute ferocemente, ma per aumentare la prosperità dei popoli europei e per garantire alcuni fondamentali diritti sociali e politici ai suoi cittadini. Missione largamente compiuta, anche se le ferite della Grande Recessione e di una gestione, certo non troppo lineare, della crisi, hanno alimentato un senso di sfiducia da parte di larghi strati della popolazione nei confronti delle istituzioni comuni e, più in generale, della politica tradizionale.

Ma l’Europa serve oggi più di ieri. E la ragione ce l’ha ricordata recentemente il ministro degli esteri di questo governo, Moavero Milanesi: nel 2035, ha detto, nessuno degli Stati europei, presi singolarmente – quindi neanche la prospera Germania – potrà più far parte del G7, il Gruppo dei 7 Paesi più industrializzati del mondo.Gli equilibri geopolitici ed economici del mondo di sono spostati verso est.  Solo l”Europa Unita potrà avere un peso nell’economia globalizzata di un futuro ormai prossimo.

I sovranisti si mettano l’anima in pace e la smettano di illudere gli elettori: non c’è un futuro nel ritorno ad un nazionalismo identitario ed al protezionismo. C’è solo il passato, orrendo. Che sarebbe meglio seppellire per sempre insieme ai suoi fantasmi che oggi minacciano di ritornare.

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Quanti misfatti in nome del Popolo!

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È un vecchio vizio quello di parlare a nome del Popolo. Un vizio da dittatori, ma che si riaffaccia anche nel nostro tempo, in cui i dittatori non ci sono (quasi) più ma prosperano gli aspiranti “uomini della Provvidenza”. Per questo fa particolare impressione, per non dire ribrezzo, ascoltare Donald Trump, presidente della più grande e consolidata democrazia del mondo, Gli Stati Uniti, rivolgersi ad un giornalista della CNN apostrofandolo come “nemico del popolo”.

La modernità pullula di “avvocati del popolo”: prima dell’esangue Giuseppe Conte, Maximilien de Robespierre, in nome del “popolo” tagliò le teste di quella parte del popolo che non la pensava come lui. Seguirono, nel corso della storia, altri signori, alcuni meno noti, altri arcinoti, che interpretarono il loro mandato sanguinario sempre “in nome del popolo”. Fra i più noti, ricordiamo Hitler, Mussolini, Lenin, Stalin, Mao.

Ce n’è abbastanza per diffidare di chi afferma di parlare in nome del popolo, come è di moda con i populisti di oggi. Essi “ascoltano il popolo”, si afferma (@ Giuseppe conte e Luigi Di Maio). È vero, sono molto bravi non solo ad ascoltare, ma anche a strumentalizzare gli umori e le paure del popolo.

Ma cos’è il popolo dei populisti? È solo un’astrazione, qualcosa che non esiste nella realtà. Il popolo reale è composto da classi sociali, interessi, sensibilità, opinioni fra loro divergenti e spesso conflittuali. Il popolo dei populisti invece è un’entità omogenea, come la immaginava Rousseau, nella Francia del XVIII secolo: esso si esprime attraverso una “volontà generale” che non ammette differenziazioni. In questa visione totalitaria e metafisica del popolo non esiste il pluralismo, persino il dissenso è bandito. La volontà generale è solo il punto di vista del proprio elettorato e dai militanti più intransigenti. L’interesse generale è subordinato agli interessi particolari delle proprie constituencies, dei piccoli o grandi gruppi di pressione e di consenso.

Meglio lasciar perdere il «popolo», allora, ed evitare di definirsi portavoce di un’entità astratta, che nella realtà non esiste.

La minaccia della democrazia totalitaria. Vi presento un mio nuovo libro, “Il vento dell’est”

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Sulla democrazia c’è una buona e una pessima notizia.

La buona è che la democrazia non ha mai conosciuto nel mondo una diffusione paragonabile a quella di oggi: quasi due paesi su tre adottano procedure elettorali più o meno democratiche per selezionare la propria classe dirigente. Appena 30 anni fa erano la metà. La cattiva, anzi la pessima notizia è che la stessa democrazia non è mai stata così fragile, se si eccettuano gli anni delle grandi dittature del Novecento. Ed anche la libertà – politica, civile, individuale e collettiva – che è la precondizione stessa del buon funzionamento della democrazia – non è mai stata così potentemente minacciata da nuovi regimi autocratici e orgogliosamente illiberali, oggi diffusi in tutto l’Oriente e nell’Europea dell’est.

Insomma, sull’Unione europea, e più in generale sull’Occidente, spira forte un nuovo «vento dell’est», foriero di una cultura autoritaria, se non totalitaria. Si tratta di una tendenza che si innesta nell’antico filone del dispotismo orientale, ma che ha caratteristiche proprie del Terzo Millennio, ponendosi come modello alternativo e apparentemente vincente rispetto al sistema liberaldemocratico diffuso inizialmente nel mondo anglosassone. Cosa accadrà ora che gli Stati Uniti si ritraggono dalla scena

mondiale, chiudendosi nel solipsismo trumpiano e rinnegando il concetto stesso di Occidente? Ora che Washington mette sullo stesso piano amici-alleati europei e nemici storici come la Russia e la Cina?

È questo uno dei grandi dilemmi del nostro tempo, per il quale non esistono soluzioni semplicistiche e a portata di mano, ed è uno dei temi principali al centro della riflessione nel mio libro “Il vento dell’est, democrazia e dispotismo nell’era della globalizzazione”, Laruffa editore, 2018. Gli equilibri geopolitici, figli dalla globalizzazione, sono mutati con una profondità e una velocità di molto superiori a quanto non avemmo mai potuto

Populisti d’Italia, Di Maio e Salvini

immaginare e desiderare. Nuovi modelli economici e politici si stanno imponendo come vincenti. Dalla Cina alla Russia, dalla Turchia all’Ungheria, nuovi regimi autoritari registrano crescenti consensi in Europa e sull’altra sponda dell’Atlantico, saldandosi con i movimenti populisti e sovranisti che hanno già conquistato importanti roccaforti nel Vecchio Continente, fra le quali d’Italia.

Ma da dove traggono origine questi movimenti populisti che costituiscono la principale insidia  per le democrazie liberali e rappresentative? Le radici culturali vanno ricercate nell’idea di «democrazia totalitaria» formatasi nella Francia del XVIII secolo sopratutto ad opera di Jean-Jacques Rousseau e messa in pratica dai Giacobini. Essa è in definitiva è il terreno comune di tutte le ideologie totalitarie del XIX e XX secolo. E oggi, sotto diverse forme, torna prepotentemente di moda con il populismo europeo e americano del XXI secolo.

L’ideologo della democrazia populista, Jean-Jacques Rousseau

L’idealizzazione del popolo come entità unitaria ed omogenea che esprime la propria sovranità non per mezzo della rappresentanza me di una metafisica “volontà generale”, apre le porte alla fine del pluralismo e del dialogo tra diversi, e quindi all’avvento di nuove forme di totalitarismo. Ed è questo il pericolo maggiore del tempo che stiamo vivendo.

 

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Ungheria, la democrazia formato Orban

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Il trionfo elettorale per la terza volta consecutiva di Viktor Orban, ormai padrone assoluto della sua Ungheria, è uno di quegli argomenti che sollevano interrogativi fondamentali sul (mal)funzionamento della democrazia nella nostra Europa.

Non c’è dubbio che sua elezione sia legittima, ottenuta cioè attraverso un regolare processo elettorale, secondo i canoni democratici. Ma se la democrazia viene usata per uccidere la democrazia, come e chi la può difendere? Karl Popper, padre del liberalismo, (guardano soprattutto all’esperienza tedesca, dove Hitler aveva conquistato il potere attraverso libere elezioni) proclamava che «le ideologie che predicano l’intolleranza perdono a loro volta il diritto alla tolleranza». Una splendida enunciazione di principio, che tuttavia tale è rimasta.

Ora, non c’è dubbio che la tolleranza e il pluralismo non siano proprio il tratto distintivo di Viktor Orban: egli ha posto sotto il controllo del governo Banca centrale, Corte Costituzionale, magistratura e quasi l’intero sistema dei media. Adotta politiche repressive e persino persecutorie nei confronti di chi non aderisce al pensiero unico del regime come anche delle minoranze etniche. L’ordine autoritario che si è instaurato nell’Ungheria di Orban si chiama «democrazia illiberale», secondo la definizione orgogliosamente adottata dallo stesso leader magiaro: in altre parole, democrazia senza libertà.

Però una democrazia senza libertà non è una democrazia, ma un regime dispotico, perché uccide il pluralismo e priva i cittadini e le altre forze politiche degli strumenti necessari per il buon funzionamento del gioco democratico: ad esempio, una stampa libera, parità di condizioni nell’accesso ai media, uno Stato di diritto che garantisca davvero tutti. E non è il caso dell’Ungheria «orbanizzata».

Chi difenderà allora la democrazia ungherese? Nessuno. Perché quando le regole del gioco vengono alterate, piegate agli interessi del governo, allora la democrazia non ha reali strumenti per difendersi dai suoi nemici.

Invece di gioire per il successo di Orban, dunque, sarebbe meglio cominciare  a preoccuparsi per la brutta aria che spira dall’est.

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Siamo tutti populisti

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Osservando con un po’ di distacco (e di disgusto) questa vociante anteprima di campagna elettorale, si ha l’impressione che in lizza non ci siano partiti con programmi e ideologie diversi, ma fra tre-quattro formazioni populiste. Berlusconi, Renzi, Di Maio e Salvini fanno a gara a chi le spara più grosse, in termini di promesse elettorali. E questo non è certo una novità, né deve scandalizzarci, perché una spruzzata di populismo fa parte da sempre della lotta politica, e non solo in Italia.

Quel che invece sconcerta e probabilmente disorienta l’elettorato è una certa inversione di ruoli, un «cambio di casacca» specie fra due dei 4 contendenti: Renzi e Di Maio. Quest’ultimo ha ormai indossato il doppiopetto d’ordinanza e cerca spasmodicamente il contatto con le odiate elites, esponenti dell’economia e della finanza, insomma, i poteri forti per eccellenza. Forse riuscirà a rassicurarli sul fatto che il M5S non è più quello del comico urlatore Beppe Grillo, delle invettive contro il sistema e del Vaffa Day. Ma quanti elettori, dei quali il M5S interpretava la rabbia ed il rancore, saranno ancora disposti a dargli credito? Se un movimento di protesta diventa un movimento di proposta, vengono meno le ragioni stesse della sua esistenza.

Un percorso analogo ma inverso lo ha seguito Matteo Renzi. Anche questa non è una novità. In definitiva, il concetto stesso di rottamazione, come il giovanilismo su cui questo concetto si fonda, sono valori squisitamente populisti. Ma da almeno un anno (prima del referendum del 4 dicembre 2016) Renzi ha sposato per intero non solo lo stile  ma anche il metodo populista, tentando di inseguire i grillini sul loro stesso terreno. L’inutile battaglia sui cosiddetti vitalizi dei parlamentari ne è un esempio. Un altro è la crociata contro l’Europa dello «zero virgola» Allo stesso modo l’utilizzo mediatico e politico della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche come strumento della campagna elettorale, finisce per proporre l’immagine di un PD come partito anti-sistema. In tal modo, Renzi non guadagnerà i voti degli elettori grillini o di quelli della destra berlusconiana o leghista, ma probabilmente perderà una parte dei consensi degli elettori di centrosinistra, i quali, sono gli unici veri «conservatori» e comunque sono rispettosi delle istituzioni.

L’imitazione dell’altro, insomma, non produce consensi ma crea ulteriore confusione. Della quale certamente si avvale chi lo stile populista l’ha inventato e lo sa esercitare con estrema perizia: Silvio Berlusconi. Il quale, non a caso, è riuscito a porsi al centro della scena politica, togliendo la scena ai suoi avversari.

 

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Il Leviatano secondo Wolfgang Schäuble

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Il documento sulla riforma dell’Eurozona che Wolfgang Schäuble ha presentato come suo testamento spirituale, prima di lasciare il suo storico incarico  di Ministro delle Finanze di Berlino per assumere il nuovo ruolo di Presidente del Bundestag, la Camera Bassa tedesca, ha due possibili chiavi di lettura: è l’indicazione di un percorso, concordato con la Merkel e con i i suoi possibili alleati liberali per rafforzare la presa tedesca sulla zona della moneta unica, ovvero è il suo contrario, cioè un ostacolo frapposto dall’amico-rivale sul cammino dell'”Alleanza Giamaica”  che la Cancelliera sta faticosamente tentando di costruire con liberali e verdi.

In ogni caso, questo documento non è la parola definitiva sulla riforma dell’eurozona, perché la formulazione di una proposta finale, spetterà, come sempre è avvenuto negli ultimi 15 anni, ad Angela Merkel, una donna che nell’arte della mediazione non teme rivali. E questa potrebbe essere una buona notizia.

Intanto vediamo a grandi linee in cosa consiste la proposta. L’idea di fondo di Schäuble è quella di trasformare il Fondo Europeo salva-Stati, ESM, European Stability Mechanism,– sul quale la Germania e, in misura minore la Francia, esercitano statutariamente il controllo – in un’entità tecnico-politica in grado di tenere sotto strettissima osservazione i bilanci dei singoli stati membri, in particolare quelli “indisciplinati” e spendaccioni, spregiativamente definiti “Club Med”.

Quelli che non rispettano le rigide regole del pareggio di bilancio e soprattutto quelli che dovessero richiedere il sostegno finanziario del Fondo ESM, non andranno incontro a pesanti sanzioni -come avviene oggi -, ma semplicemente verranno esposti alla furia dei mercati finanziari, dopo essere stati “marchiati” come Paesi insolventi, dai quali gli investitori internazionali vengono invitati a tenersi alla larga.

Sarebbero dunque i mercati a sanzionare chi sgarra e non la Commissione europea o il Consiglio, soggetti, nella visione tecnocratica di Schäuble, a troppe mediazioni politiche. Il default sarebbe, in definitiva, la punizione per chi contravviene alle regole e non realizza le “riforme” (i sacrifici) necessarie per porvi rimedio.

Evidentemente, la crisi del debito del 2011-2012, tragica conseguenza del patto di Deauville, non ha insegnato nulla. Anzi, la Germania tende a ricadere sempre negli stessi errori. Che consistono nel privilegiare gli interessi finanziari e politici tedeschi tedeschi, componendoli con una visione ordoliberista, così radicata in Germania.

L’ESM cui pensa Wolfgang Schäuble somiglia molto a quello delineato da un altro campione del rigorismo tedesco: il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, e ha una stretta parentela anche con le posizioni del FDP, il partito liberale di Christian Lindner, uno dei più accesi sostenitori della Grexit.

La trasformazione del ESM in un moderno ed onnipotente Leviatano, apparentemente tecnocratico, in realtà governato dagli interessi politico-finanziari di un solo paese, non è una buona notizia per l’Europa. L’obiettivo, non dichiarato, ma evidente, è lo stesso che Schäuble persegue da 25 anni: la creazione di una KernelEuropa, un nocciolo duro dell’Europa limitata ai paesi del nord e alla Francia. E quest’obiettivo oggi può essere raggiunto solo obbligando i paesi che non ce la fanno, ad abbandonare la barca della moneta unica.

I confini meridionali della nuova Europa “tedesca” sarebbero, alla fine, gli stessi dell’Impero Carolingio creato da Carlo Magno 12 secoli fa. Ma è davvero questa l’Europa che vogliamo?

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